Rimetti a noi i nostri debiti

Mia cara Berenice,

oggi pomeriggio, tra varie incombenze, ho fatto un bonifico al Ministero. Era avvenuto che, nel mio transito fra i ruoli del Dicastero e quelli dell’Ufficio del Primo Ministro, il primo mi avesse erogato per errore una mensilità e mezza di stipendio, a servizio ormai cessato. Ora, tutto è compiuto. Proprio ieri, il Dipartimento del Personale della mia nuova Amministrazione ha chiesto ufficialmente al Ministero la consegna del mio fascicolo personale.

Termina così il mio primo incarico lavorativo a Roma, la dextera Dei che mi afferrò per i capelli, mi sollevò dalla provincia e mi scaraventò, senza troppi complimenti o preavviso, nel cuore pulsante della capitale, una delle città più vaste, complesse e caotiche d’Europa.

Oh, non esitai, neppure un attimo. Era un’altra Italia, in cui le assunzioni di funzionari erano rare quanto i fiocchi di neve a maggio. Il concorso che condusse alla mia dovette essere bandito addirittura con Legge, previa speciale autorizzazione della Commissione Europea, sedotta dalla prospettiva dell’iniezione di giovani specialisti in Fondi Europei in uno Stato che faticava (fatica) a gestirli.

Proprio un blocco biennale tombale delle assunzioni aveva impedito al Governatorato, dove ero approdato prima come borsista universitario distaccato, poi come consigliere, di stabilizzarmi come assistente amministrativo, profilo per cui avevo superato regolare concorso.

L’eccezionalità dell’evento mi rese dolce il trasferimento e consentì anche alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione di organizzare per tutti noi – a prescindere dal Ministero di assegnazione – una lunga e intesa formazione comune, culminata in una settimana residenziale nella Reggia di Caserta.

Il resto, la scoperta di essere un topo di città e non un topo di campagna, venne dopo e spontaneamente.

Un nostalgico saluto.

Stan