Il carnevale perduto

Mia cara Berenice,

si avvicina la domenica di settuagesima e, quindi, l’inizio del carnevale. Lo festeggiate, a Vienna? Fatico a immaginarlo e immaginarvi.

Nelle Venezie i festeggiamenti, circoscritti per lo più a sfilate di carri allegorici, tendono a essere piuttosto sottotono, con l’ovvia eccezione di Venezia stessa, dove il celebre carnevale attira una folla tale da indurmi, ai tempi del Governatorato, a barricarmi in ufficio. Ho ancora in mente l’immagine, emblematica, di una ragazza straniera con una gigantesca gonna a campana, incastrata a metà di una calle.

A Roma, la situazione è analoga a quella della Terraferma veneta. Si festeggia, certo, soprattutto a beneficio dei bambini, ma il carnevale non è – mi pare – un evento di particolare richiamo o aggregazione, un elemento identitario.

Eppure, fino al XIX secolo, il carnevale più famoso in Italia e forse al mondo non era affatto quello di Venezia, ma quello di Roma, pittoresco sfondo di alcuni capitoli de “Il conte di Montecristo” di Dumas Padre, ma ritratto da tanti altri illustri visitatori.

Il sito dedicato al turismo dal Comune di Roma lo ribadisce, facendo risalire il carnevale romano addirittura al XII secolo, a meno di non considerarlo addirittura il successore dei Saturnali dell’Antica Roma.

Tuttavia, ecco nel XV secolo ricomparire la Serenissima con un Papa veneziano, Paolo II, la cui firma compare in calce a una Bolla che introduce le forsennate corse lungo la grande arteria ancora oggi denominata via del Corso, quella da me percorsa ogni mattina per andare in ufficio; l’iniziativa pontificia ebbe notevole fortuna e le grandi famiglie aristocratiche si sfidavano facendo gareggiare i loro migliori cavalli berberi.

Il Martedì Grasso si concludeva con la Festa dei Moccoletti, durante la quale si scendeva in strada mascherati con una candela (moccolo), proteggendo spasmodicamente la propria fiammella e cercando di estinguere quella altrui. Il carnevale romano aveva naturalmente le sue maschere, personaggi leggendari come Rugantino e Meo Patacca.

Non dovrebbe stupirti che una simile manifestazione si svolgesse sui sagrati di Santa Madre Chiesa, né che sia stato il severo Governo sabaudo a vietarla. La stessa fine, del resto, fece fare la virtuosa Francia rivoluzionaria al carnevale di Venezia, riesumato dai comitati cittadini solo negli anni ’70. Bizzarro che, con il gran parlare di rilancio di Roma, non si lanci un’iniziativa analoga nella capitale… per la verità, non è il turismo che manca… la pandemia, facendo i debiti scongiuri, sembra davvero alle spalle e la stagione natalizia è stata affollatissima.

Un fischio con la lingua di Menelik.

Stan

Il Liceo Classico ritrovato

Mia cara Berenice,

periodicamente – l’ho visto accadere di recente su LinkedIn – si riaccende il dibattito sull’utilità e attualità del Liceo Classico, un indirizzo di scuola superiore di impronta storico-umanistica, contraddistinto dallo studio del latino e del greco antico.

In realtà, quel Liceo in buona parte non esiste più. Con l’entrata a regime dell’autonomia scolastica, molte scuole superiori hanno depennato dai loro programmi il greco antico o anche il latino. Già ai miei tempi, terminato il biennio iniziale (Ginnasio), le materie scientifiche prendevano il sopravvento.

Il latino e il greco antico io li apprezzai molto, perché il tradurli consentiva di distinguere gli studenti brillanti dagli sgobboni e dagli adepti della mnemotecnica. In effetti, però, lo stesso risultato si sarebbe forse potuto ottenere con l’inglese.

La vera risposta a questa domanda me l’ha data il gran parlare di declino dell’Occidente che usa di questi tempi. Chi è uscito da un Liceo Classico non se ne fa impressionare troppo, perché ricorda gli ininterrotti lai degli autori romani, perfino in epoca repubblicana, sulla decadenza dell’Urbe, definita già da Sallustio “mature peritura”.

Oggi, l’Occidente dato ormai per morto sta rispondendo meglio del previsto all’aggressione russa in Ucraina, l’ex Armata Rossa arranca, sulla Cina si addensano nuvole minacciose e l’ascesa di Brasile, Sudafrica, India tarda a manifestarsi.

L’ex alunno del classico, che non si è affrettato a imparare il mandarino, vive più serenamente anche sul luogo di lavoro, nei cui corridoi non mancano mai di soffiare profezie apocalittiche di sventura che allineano l’inettitudine di vertici, dirigenti e colleghi in direzione di una lapide di marmo nero su cui sono scolpiti il fallimento e il licenziamento collettivo nel settore privato, l’arresto e il giudizio contabile nel settore pubblico.

Ave atque vale.

Stan

Simboli natalizi

Mia cara Berenice,

ancora buona Natale.

Si festeggia anche in Ucraina, dove la neve cade frammista a bombe russe.

Anche in Ucraina, dove fino all’anno scorso si festeggiava in gennaio, secondo il calendario ortodosso. Il Patriarcato di Kiev, ormai scismatico rispetto a quello di Mosca, ha ordinato che la Messa natalizia si celebri oggi, salvo ripeterla – almeno per un periodo transitorio – in gennaio, secondo la tradizione.

Senza voler scadere nel tifo da stadio da salotto televisivo, l’impressione è che la cosiddetta “operazione militare speciale” abbia spezzato il delicatissimo equilibrio che teneva sospeso tra Occidente e Oriente un Paese dilaniato da forti pulsioni filorusse e altrettanto potenti forze antirusse.

Tra le prime, possiamo citare le seguenti.

La lingua. Oltre un ucraino su tre ha come prima il russo o è bilingue, ma quasi tutti comunque parlano il russo.

La storia. La Rus’ di Kiev può essere considerata il primo embrione, quantomeno ideale, dello Stato russo. L’Ucraina, inoltre, faceva parte dell’Impero Russo e dell’Unione Sovietica.

I cosacchi. Non erano solo ucraini, né sempre così disciplinati, né gli unici a servire sotto le armi zariste, ma erano considerati la spada russa per antonomasia.

Le forze antirusse sono altrettanto forti e tendenzialmente più recenti, pur avendo solide radici storiche.

Al primo posto, infatti, troviamo di nuovo i cosacchi. Non sempre, come ho detto, furono così incondizionatamente fedeli allo Zar, erano piuttosto truppe riottose che si tolleravano per il loro grande potenziale combattivo, un po’ come certi eroi d’azione delle pellicole americane. Se il loro rapporto con l’Imperatore fu altalenante, di certo odiavano il Partito Comunista. Durante la Guerra Civile Russa, si schierarono con la fazione bianca. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ebbero legami con l’Asse, così come un parte dei vertici politici e intellettuali ucraini – un elemento su cui è imperniata la propaganda russa contemporanea. La croce equilatera bianca dei cosacchi è recentemente ricomparsa sui mezzi delle Forze Armate ucraine.

Questo ci porta all’Holomodor, la carestia creata a tavolino dai pianificatori comunisti per domare l’Ucraina negli anni ’30, ormai diffusamente riconosciuta come crimine di genocidio.

Ultimo ma non ultimo, abbiamo il legame storico con la Polonia, bastione cattolico e anticomunista – di nuovo, non a caso, la propaganda russa fa riferimento anche a un presunto cattolicesimo ucraino. Basti dire che una delle canzoni diventate simbolo della resistenza all’Armata russa, “Hej Sokoly”, è comune a Ucraina e Polonia.

Riassumendo, temo che la mossa scomposta di Putin abbia definitivamente reciso il cordone ombelicale russo-ucraino, basato su componenti organiche ormai risalenti, non scevre di ambiguità e sbilanciate in favore della Russia, scatenando un guerriero delle steppe fortemente antirusso e dall’antichissima, temuta tradizione militare.

Da una parte, è una buona notizia. Difficilmente l’Ucraina potrà mai essere soggiogata. Troverà sempre una sponda nell’Europa dell’Est antirussa (Polonia e Repubbliche baltiche), ma soprattutto continuerebbe a resistere – certo, con maggiore fatica e probabilmente con mezzi meno convenzionali – anche in caso di attenuazione degli aiuti occidentali. Dopotutto, la prima e più decisiva fase della guerra, la battaglia di Kiev, ci racconta la storia di una difesa organizzata più con determinazione e capacità di improvvisare che con dovizia di mezzi, combinando strumenti informatici, propaganda, resistenza spontanea e droni turchi non certo classificati come armi di punta. La famosa interminabile colonna corazzata russa verso la capitale sarebbe stata neutralizzata dall’unità di ricognizione aerea Aerorozvidka, un gruppo di informatici che tallonava i carri armati su quad acquistati mediante crowdfunding. Leggende della propaganda? Può darsi. Eppure in effetti, in quelle prime settimane, nessuno credeva nella possibilità di salvare Kiev, tanto che al Governo ucraino era stata offerta l’estrazione su mezzi americani.

La cattiva notizia è che la pace è molto, molto lontana, come ha evidenziato recentissimamente uno degli osservatori più qualificati, il Governo turco. Il Cremlino lamenta il fatto che l’Ucraina sarebbe eterodiretta dall’Occidente, ma, paradossalmente, solo una forte pressione euroamericana potrebbe convincere Kiev ad accontentarsi di qualcosa di meno della piena vittoria.

Un saluto.

Stan

La vita spericolata del pendolare e del Decreto-Legge

Mia cara Berenice,

troppe volte e troppo a lungo, oramai, mi sono dilungato sul jackpot inverno-Natale-ATAC.

Non posso quindi dirti che stamattina pioveva a dirotto e ancora piove.

Non posso raccontarti che, ieri, lungo Viale di Trastevere il traffico era talmente immobile che i passeggeri dell’autobus si sono ammutinati, costringendo l’autista a farli scendere lungo la strada.

Non posso aggiungere che, oggi, tutte le classi prime di una scuola elementare sono salite già a Monteverde, restando a bordo fino al capolinea.

Ti intratterrò, quindi, su un argomento ugualmente noioso: il Decreto-Legge. Antico compagno di strada delle Istituzioni italiane, ce lo sta mostrando sotto una nuova luce l’imminente scadenza del 31 dicembre 2022, resa più cogente dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR si distingue dalle tradizionali Programmazioni dei Fondi Strutturali e di Investimento Europei (Fondi SIE), oltre che per la minor durata e la maggior dote finanziaria, in quanto prevede come obiettivi non solo la chiusura di progetti e il raggiungimento di tetti di spesa, ma anche il varo di riforme.

Che ci vuole, dirai tu. Alla fin fine, la riforma è un pezzo di carta, da far firmare al Presidente della Repubblica, controfirmare dal Presidente del Consiglio e dai Ministri, vistare dal Guardasigilli e pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale. Lo credevo anch’io… e invece no. A quanto pare, esistono dossier legislativi scottanti, come la Legge sulla Concorrenza. In ogni caso, anche su questo fronte si registrerebbero difficoltà e la Commissione Europea avrebbe già avvertito il Governo che un Decreto-Legge non vale a far raggiungere un obiettivo di riforma, a meno che non sia convertito in Legge dal Parlamento entro il 31 dicembre.

Ai sensi del terzo comma dell’articolo 77 della Costituzione, infatti, i Decreti-Legge “perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione”. Naturalmente, in sede di conversione, le Camere possono modificare le norme del Decreto.

L’ennesimo colpo di scena sfoderato, ormai in pieno terzo millennio, da un atto normativo più antico dell’Italia stessa. Il Decreto-Legge nasce, infatti, nel Piemonte-Sardegna, dove nel 1848 Re Carlo Alberto di Savoia fu costretto a concedere lo Statuto.

Lo Statuto, detto appunto Albertino, non fa menzione del potere del Re o del Governo di legiferare per decreto. Viene invece affermato con forza il potere legislativo condiviso dal Re e dalle Camere: queste ultime approvano le Leggi, il Sovrano le promulga. Una volta firmata dal Re, la Legge è suprema: anche quando violasse lo Statuto, non c’è giudice che abbia il potere di dichiararla nulla, annullarla o disapplicarla. Un potere legislativo forte che, oltre a essere conforme alle tradizionali teorie della separazione dei poteri, nelle intenzioni doveva andare a beneficio soprattutto del Parlamento e, specificamente, della Camera dei Deputati elettiva.

Paradossalmente, proprio questo potere legislativo forte della Camera finì per favorire la nascita spontanea dei Decreti-Legge. La Legge, infatti, non aveva limiti, nemmeno di efficacia nel tempo. Si affermò quindi la prassi per cui il Governo legiferava per decreto e il Parlamento, con Legge, ratificava retroattivamente.

Dopo l’ascesa al potere del fascismo, il Governo Mussolini ne approfittò per far approvare, nel 1926, la Legge “Sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche”. I Decreti-Legge emanati dal Governo restavano così in vigore per ben due anni; spirato tale termine senza essere stati convertiti in Legge, cessavano semplicemente di avere effetto.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella stesura dell’attuale Costituzione repubblicana, si preferì codificare l’istituto del Decreto-Legge, per timore che risorgesse per prassi spontanea, così come dal nulla era comparso dopo l’entrata in vigore dello Statuto Albertino. Il Decreto-Legge conserva così i nominali presupposti di necessità e urgenza, ma soprattutto deve essere convertito in Legge entro sessanta giorni, pena la perdita d’efficacia retroattiva. Anche così, e nonostante gli sforzi di Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale di reprimere almeno gli abusi più clamorosi, l’utilizzo del Decreto-Legge rimane patologico. Secondo la banca dati ufficiale Normattiva, dal 1946 a oggi ne sono stati emanati più di 3.500, e potrebbero essere sfuggiti alla ricerca alcuni Decreti-Legge emanati con denominazione diversa.

Un esausto saluto.

Stan

Una storia di marineria

Mia cara Berenice,

durante un’esercitazione NATO nell’Atlantico settentrionale, la portaerei Giuseppe Garibaldi della Marina Militare italiana venne affiancata da un magnifico veliero battente bandiera americana.

Stupita da tanta bellezza, la portaerei segnalò: “Chi siete?”

Il veliero lampeggiò: “La USS Constitution, della Marina degli Stati Uniti”.

Si trattava, in effetti, di una nave militare americana risalente al XVIII secolo, tuttora in servizio attivo.

La Garibaldi rispose, entusiasta: “Siete la nave più bella del mondo!”

Non è una storia meravigliosa?

Un commosso saluto.

Stan

Sugli affondamenti più illustri

Mia cara Berenice,

in tempi di guerra di propaganda, abbiamo le vere navi fantasma, gli Olandesi Volanti del Mar Nero: la Moskva.

Colpita da un attacco missilistico secondo l’Ucraina, vittima di un incendio secondo la Russia – non che questa seconda eventualità sia meno imbarazzante.

Danneggiata, anzi affondata, anzi piegata su un fianco, anzi rimorchiata in porto, perfino “in grado di navigare” secondo il Pentagono.

Un’ambiguità che trasforma il robusto scafo d’acciaio in materia impalpabile, confusa nel cielo e nell’acqua, e forse proprio questo rende il caso della Moskva simbolico.

Le navi, del resto, hanno una profonda attitudine a fungere appunto da simbolo, soprattutto nel loro canto del cigno finale.

Il celebre caso del Titanic, nel 1912, segnò la fine della gaudente e ottimistica Belle Époque, con la Grande Guerra ormai alle porte.

L’autoaffondamento della corazzata tedesca Bismarck, nel 1941, metteva fine al periodo di grazia della Wehrmacht e dava il la alla riscossa britannica: la battaglia d’Inghilterra era finita, l’anno successivo sarebbe arrivata la battaglia di El Alamein.

L’epilogo della supercorazzata Yamato, nel 1945, fu lo stesso del Giappone imperiale.

Il siluramento dell’incrociatore General Belgrano da parte del sommergibile nucleare britannico Conqueror, nel 1982, preannunciò all’Argentina che l’annessione delle Isole Falklands non sarebbe stata la passeggiata militare cui si pensava all’inizio.

Perfino il tragico incidente della Costa Concordia, nel 2012, suscitò nella stampa internazionale commenti sul carattere nazionale italiano che si pensavano relegati alle sprezzanti annotazioni degli aristocratici inglesi, francesi e tedeschi del Grand Tour. A caldo, per Vanity Fair la nave da crociera diventò “l’apogeo dell’edonismo mediterraneo”; il comandante della nave, il famigerato Francesco Schettino, “l’oggetto del disprezzo internazionale. Focoso e abbronzatissimo, i capelli scuri imbrillantati”. A freddo, tre anni dopo l’Independent ammise che “da gran parte dei media mondiali, questo ex comandante perpetuamente abbronzato con i capelli alla triglia è stato allegramente ritratto come il tipico italiano: vistoso, subdolo e codardo”.

Insomma, le navi vanno maneggiate con cura, non solo in senso letterale.

Ahoy!

Stan

La mirabolante storia della Giamaica

Mia cara Berenice,

hai poco da ironizzare sulla Duchessa di Cambridge, in visita ufficiale in Giamaica per scongiurare l’adozione della forma di Stato repubblicana. Secondo me, Sua Altezza Reale riuscirà nell’intento, anzi ti dico che, schierata alle porte di Kiev, indurrebbe alla resa immediata un intero reggimento di parà russi.

La Giamaica mi è particolarmente cara, perché lo era a Ian Fleming, proprietario della tenuta Goldeneye a Oracabasse, sulla costa settentrionale. In Giamaica sono ambientati “Licenza di uccidere” e il famoso racconto “Solo per i tuoi occhi”.

Inoltre, l’isola ha una storia straordinaria.

Rimase per secoli praticamente disabitata, perché gli spagnoli sterminarono le popolazioni indigene e, in seguito, i coloni europei e gli schiavi importati dall’Africa erano pochi e decimati dalle malattie tropicali: solo alla fine degli anni ’20 si toccò il milione di abitanti, rispetto ai quasi tre milioni attuali.

Fu crocevia di corsari, pirati e bucanieri, protetti dal Governatorato inglese in funzione antispagnola.

Seguì l’epoca delle piantagioni di canna da zucchero, con relativo schiavismo e continue sommosse, alimentate anche dagli africani di prima generazione, fuggiti sulle montagne al tempo degli spagnoli. L’abolizione della schiavitù nell’Impero Britannico nel 1833 non mise assolutamente fine alle violente tensioni tra bianchi e neri.

Sulla base di queste premesse, pare incredibile che la Giamaica non solo sia rimasta nel Commonwealth, ma abbia anche conservato la Regina Elisabetta come Capo dello Stato. Una possibile spiegazione è il timore dell’isola di essere fagocitata, politicamente e culturalmente, dagli Stati Uniti, ostili allo storico legame instaurato dalla Giamaica con la Cuba castrista. Dopotutto, quando gli Stati Uniti nel 1983 invasero Grenada, un’altra piccola isola caraibica del Commonwealth che aveva conservato la Regina come Capo dello Stato, le uniche vere proteste vennero dal Governo di Sua Maestà.

Vedremo come andrà a finire. A mio avviso, dopo che la Duchessa ha percosso pubblicamente un tamburo reggae, per i repubblicani non c’è speranza.

Dio salvi la Regina!

Stan

Nessuno vuole l’Indonesia

Mia cara Berenice,

stamane, l’edizione italiana dell’Huffington Post dedica un articolo al movimento indipendentista della Nuova Guinea.

La nuova Guinea è un’isola del Pacifico, tagliata in due da un confine di Stato lungo il 141° meridiano est. Una simile frontiera non può che avere origini coloniali e, infatti, è un’eredità del XIX secolo, quando l’isola era spartita tra Indie Orientali Olandesi, Nuova Guinea Tedesca e Papuasia Britannica. Oggi, i territori a ovest del confine sono soggetti alla sovranità indonesiana, mentre quelli a est costituiscono lo Stato indipendente della Papua Nuova Guinea.

Come puoi immaginare, il movimento indipendentista si sviluppa sul versante occidentale ed è dunque anti-indonesiano.

Povera Indonesia, così poco amata. Nel 2002, è stata costretta costretta a concedere l’indipendenza a Timor Est, l’ex Timor Portoghese. Negli anni ’70 ha provato ad andarsene Aceh, combattendo accanitamente per decenni. Ora, anche la Nuova Guinea è insofferente.

Viene così accusato di imperialismo un Paese, l’Indonesia appunto, che per il colonialismo ha sofferto così tanto. All’inizio del XIX secolo, venne annessa dai Paesi Bassi che vi installarono un’Amministrazione eccezionalmente dura. Nel 1942 arrivò la “liberazione” da parte del Giappone, in realtà interessato al petrolio dell’arcipelago. Dopo la guerra tornarono gli olandesi e ci volle un durissimo conflitto armato per costringerli ad andarsene nel 1949.

Negli anni ’60 l’Indonesia indipendente perse una guerra combattuta contro il Commonwealth Britannico, dopo che Londra decise di assegnare alla Malesia il ricco Sultanato del Brunei.

Anche nell’indipendenza di Timor ebbero un ruolo notevole l’Australia, ex Potenza coloniale regionale, il Portogallo e perfino la Santa Sede, ben radicata nell’ex dominio lusitano.

Arrivederci, Indonesia.

Stan

Sull’annessione delle Isole Hawaii da parte degli Stati Uniti

Mia cara Berenice,

sono lieto che il mio accenno all’annessione delle Isole Hawaii da parte degli Stati Uniti ti abbia incuriosita.

L’ho definito un caso classico di colonialismo, e lo confermo.

Le Hawaii furono “scoperte” da James Cook nel 1778. Il primo contatto non fu esattamente pacifico, ma piuttosto avventuroso, salgariano, tanto da concludersi con il capitano inglese infilzato da un pugnale.

Poco dopo, l’arcipelago finì sotto il controllo della locale dinastia dei Kamehameha, eufonico e musicale nome assurto a fama universale grazie alla saga nipponica di Dragon Ball.

La vera conquista, tuttavia, fu quella dei missionari, coloni e piantatori di canna di zucchero che cominciarono ad affluire numerosi più o meno nello stesso periodo; i nuovi venuti divennero presto un’élite tale da soppiantare l’aristocrazia indigena, fino a diventare Ministri dei Re Kamehameha. Molti erano americani, e anche la Marina degli Stati Uniti mise gli occhi su Pearl Harbor, potenziale presidio strategico nel Pacifico.

Nel 1887 l’élite bianca, organizzata in un Comitato di Salute Pubblica, impose al Re la promulgazione di una nuova Costituzione e la nomina di un Governo con Ministri stranieri.

Nel 1893, il Comitato costrinse l’ultima Regina indigena ad abdicare. Nel 1894 venne proclamata la Repubblica e, nonostante qualche intoppo legato anche alle proteste internazionali, nel 1898 l’arcipelago venne infine annesso dagli Stati Uniti.

Le isole furono inizialmente un Territorio, con un Governatore nominato dal Presidente degli Stati Uniti, previa approvazione del Senato. Quasi a sottolineare la natura coloniale dell’annessione, sulla bandiera del Territorio campeggiava una Union Jack.

Nel 1959, anche a seguito di proteste pro democrazia, le isole divennero uno Stato americano a pieno titolo; ciononostante, ancora oggi sopravvive un movimento indipendentista.

Quindi, come dice il Presidente del Consiglio di Reggenza del Regno Hawaiano, buona giornata e aloha!

Stan

Spiagge

Mia cara Berenice,

ti ricordi quando andammo a quel matrimonio e ci propinarono il sosia di Renato Zero?

Spiagge

Immense e assolate

Spiagge già vissute

Amate e poi perdute!

Eri così livida che temevo sterminassi tutti i presenti pietrificandoli, come un basilisco. Quanto a me, rimirando la tua espressione omicida, una volta tanto mi divertii a un matrimonio.

Se può consolarti, il pensiero delle dorate sabbie italiane non sollazza nemmeno Bruxelles.

Le spiagge, in Italia, fanno parte del demanio marittimo. Gli stabilimenti balneari che le gestiscono a beneficio dei turisti sono, tecnicamente, concessionari. Fin qui, nulla di male. Il problema è che si continua a prorogare all’infinito queste concessioni, anziché rimetterle a bando.

Perfino l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi, proveniente dalla Banca Centrale Europea, ha appena presentato un Disegno di Legge della Concorrenza in cui si glissa elegantemente su questo aspetto.

Cosa blinda così potentemente le concessioni balneari? Il lobbying delle loro organizzazioni rappresentative? L’inveterato consociativismo e corporativismo italico? Mera impotenza governativa e ministeriale?

Probabilmente un po’ di tutto questo, ma non solo. I tassisti, ad esempio, sono più organizzati e temibili dei proprietari di stabilimenti, ma – per quanto forse abbiano ottenuto ragione sulla carta – Roma è piena di Noleggi Con Conducente e l’app di Uber funziona tranquillamente. La debolezza dello Stato non ha impedito di colpire categorie considerate intoccabili, come dipendenti statali e chierici. Gli avvocati, numerosissimi anche in Parlamento, con un Ordine per Provincia, sono in crollo vertiginoso e verticale, come i gravi lasciati cadere da Galileo dalla Torre di Pisa.

Perché, dunque, questo strenuo attaccamento agli stabilimenti balneari vecchia scuola? Il sospetto è che essi incarnino in modo particolarmente spiccato un ulteriore fattore che sta alla base, alla radice di tutti quelli sopra descritti, l’inestinguibile nostalgia per l’Italia del miracolo economico, degli anni ’50 e ’60, delle prime auto e dei primi assaggi di turismo di massa, appunto sulle spiagge.

Esagerato? Patetico? Non tanto, se si mettono le cose in prospettiva. L’Italia è nata nel 1861, in tempi relativamente recenti rispetto ad altri Stati europei. Per tutta la sua esistenza ha fatto, per citare il Manzoni, “un chilo agro e stentato”, un’esistenza grama.

Prima la guerra al brigantaggio, considerata da molti storici una vera e propria guerra civile.

Poi l’avventura coloniale che portò la battaglia di Adua, la prima grande sconfitta subita da una Potenza europea in Africa, e poco altro, se è vero che l’Italia stessa ritenne di avere un impero oltremare solo nel 1936, con l’effimera conquista dell’Etiopia.

Poi la Grande Guerra, la “vittoria mutilata” di D’Annunzio riportata a carissimo prezzo.

Poi il Ventennio fascista.

Poi la Seconda Guerra Mondiale, l’8 settembre e una nuova guerra civile.

Poi gli Anni di Piombo, la Seconda Repubblica e gli anni plumbei dell’austerità.

In tutto questo, una sola insula felix, un solo loecus amoenus: il miracolo economico degli anni ’50-’60.

Normale che qualcosa, nelle profondità della psiche italica, urli: non plus ultra! Hic sunt leones!

Ave atque vale.

Stan