Sold out

Mia cara Berenice,

quando il nostro cinema parrocchiale, su in Veneto, stentava a ripartire, per incoraggiare i colleghi del Consiglio Direttivo inviavo loro le foto dei teatri e dei cinema pieni a Roma. Quello che ora è in città, dicevo loro, arriverà anche in provincia. La bolla romana, la chiamavo.

Svaporata la pandemia, ho perso l’abitudine di acquistare i biglietti online, modalità che oltretutto spesso comporta l’applicazione di un sovrapprezzo. Bene, è il secondo fine settimana di fila che rischio di non vedere il film per aver trovato il tutto esaurito.

La settimana scorsa, mi sono spostato in fretta e furia da Trastevere a Campo de’ Fiori, dove il bigliettaio è riuscito a infilarmi in una delle prime file. Ieri, tutto sembrava perduto, quando sue simpatiche ragazze mi si sono accostate per offrirmi il biglietto di una loro amica perfuga.

Non so dirti fin dove si estendano gli iridescenti confini di questa bolla, probabilmente sono circoscritti al centro. Pure, essa dà speranza.

Un lieve saluto.

Stan

Il carnevale perduto

Mia cara Berenice,

si avvicina la domenica di settuagesima e, quindi, l’inizio del carnevale. Lo festeggiate, a Vienna? Fatico a immaginarlo e immaginarvi.

Nelle Venezie i festeggiamenti, circoscritti per lo più a sfilate di carri allegorici, tendono a essere piuttosto sottotono, con l’ovvia eccezione di Venezia stessa, dove il celebre carnevale attira una folla tale da indurmi, ai tempi del Governatorato, a barricarmi in ufficio. Ho ancora in mente l’immagine, emblematica, di una ragazza straniera con una gigantesca gonna a campana, incastrata a metà di una calle.

A Roma, la situazione è analoga a quella della Terraferma veneta. Si festeggia, certo, soprattutto a beneficio dei bambini, ma il carnevale non è – mi pare – un evento di particolare richiamo o aggregazione, un elemento identitario.

Eppure, fino al XIX secolo, il carnevale più famoso in Italia e forse al mondo non era affatto quello di Venezia, ma quello di Roma, pittoresco sfondo di alcuni capitoli de “Il conte di Montecristo” di Dumas Padre, ma ritratto da tanti altri illustri visitatori.

Il sito dedicato al turismo dal Comune di Roma lo ribadisce, facendo risalire il carnevale romano addirittura al XII secolo, a meno di non considerarlo addirittura il successore dei Saturnali dell’Antica Roma.

Tuttavia, ecco nel XV secolo ricomparire la Serenissima con un Papa veneziano, Paolo II, la cui firma compare in calce a una Bolla che introduce le forsennate corse lungo la grande arteria ancora oggi denominata via del Corso, quella da me percorsa ogni mattina per andare in ufficio; l’iniziativa pontificia ebbe notevole fortuna e le grandi famiglie aristocratiche si sfidavano facendo gareggiare i loro migliori cavalli berberi.

Il Martedì Grasso si concludeva con la Festa dei Moccoletti, durante la quale si scendeva in strada mascherati con una candela (moccolo), proteggendo spasmodicamente la propria fiammella e cercando di estinguere quella altrui. Il carnevale romano aveva naturalmente le sue maschere, personaggi leggendari come Rugantino e Meo Patacca.

Non dovrebbe stupirti che una simile manifestazione si svolgesse sui sagrati di Santa Madre Chiesa, né che sia stato il severo Governo sabaudo a vietarla. La stessa fine, del resto, fece fare la virtuosa Francia rivoluzionaria al carnevale di Venezia, riesumato dai comitati cittadini solo negli anni ’70. Bizzarro che, con il gran parlare di rilancio di Roma, non si lanci un’iniziativa analoga nella capitale… per la verità, non è il turismo che manca… la pandemia, facendo i debiti scongiuri, sembra davvero alle spalle e la stagione natalizia è stata affollatissima.

Un fischio con la lingua di Menelik.

Stan

Cuori di ghiaccio

Mia cara Berenice,

decreto ufficialmente oggi, 19 gennaio 2023, primo giorno d’inverno.

Dopo essere stato all’Agenzia per i Fondi Europei e poi al Ministero dell’Educazione Nazionale, ho preso la navetta per tornare a casa. Generalmente ho l’accortezza di farlo all’altezza della stazione dei treni, dove il mezzo si svuota, ma quel giorno ero stanco, avevo letteralmente attraversato Roma a piedi, dai Parioli a Trastevere. Quindi, mi sono accontentato della fermata subito fuori dai cancelli del Ministero.

L’autobus, come quasi sempre, era pieno. Alla fermata successiva, salì una torma di ragazzini. Le porte non si volevano chiudere, così il capobranco risolse la questione come il suo ruolo richiedeva. Individuò il gregario più debole e lo spinse sul marciapiede, invitandolo contestualmente ad andarsene affanculo. Right or wrong, it’s my bus: il mezzo è ripartito.

Fino a quel momento, il cielo era stato soleggiato e mi sentivo vagamente ridicolo con l’ombrello. Ora rannuvolava minacciosamente e, appena ho messo piede a terra, con mio stupore ho visto scendere grosse gocce dal cuore ghiacciato che si scioglieva istantaneamente al contatto con il suolo.

Un lieto fine, insomma.

Stan

Il Liceo Classico ritrovato

Mia cara Berenice,

periodicamente – l’ho visto accadere di recente su LinkedIn – si riaccende il dibattito sull’utilità e attualità del Liceo Classico, un indirizzo di scuola superiore di impronta storico-umanistica, contraddistinto dallo studio del latino e del greco antico.

In realtà, quel Liceo in buona parte non esiste più. Con l’entrata a regime dell’autonomia scolastica, molte scuole superiori hanno depennato dai loro programmi il greco antico o anche il latino. Già ai miei tempi, terminato il biennio iniziale (Ginnasio), le materie scientifiche prendevano il sopravvento.

Il latino e il greco antico io li apprezzai molto, perché il tradurli consentiva di distinguere gli studenti brillanti dagli sgobboni e dagli adepti della mnemotecnica. In effetti, però, lo stesso risultato si sarebbe forse potuto ottenere con l’inglese.

La vera risposta a questa domanda me l’ha data il gran parlare di declino dell’Occidente che usa di questi tempi. Chi è uscito da un Liceo Classico non se ne fa impressionare troppo, perché ricorda gli ininterrotti lai degli autori romani, perfino in epoca repubblicana, sulla decadenza dell’Urbe, definita già da Sallustio “mature peritura”.

Oggi, l’Occidente dato ormai per morto sta rispondendo meglio del previsto all’aggressione russa in Ucraina, l’ex Armata Rossa arranca, sulla Cina si addensano nuvole minacciose e l’ascesa di Brasile, Sudafrica, India tarda a manifestarsi.

L’ex alunno del classico, che non si è affrettato a imparare il mandarino, vive più serenamente anche sul luogo di lavoro, nei cui corridoi non mancano mai di soffiare profezie apocalittiche di sventura che allineano l’inettitudine di vertici, dirigenti e colleghi in direzione di una lapide di marmo nero su cui sono scolpiti il fallimento e il licenziamento collettivo nel settore privato, l’arresto e il giudizio contabile nel settore pubblico.

Ave atque vale.

Stan

Roma attraverso lo specchio

Mia cara Berenice,

non occorre provenire dal Nord Italia per dirlo: Roma è un mondo alla rovescia.

Durante le ferie natalizie, era il caos e l’affanno. Mentre in Parlamento si prorogavano disperatamente le sedute per approvare in tempo la Legge di Bilancio, negli uffici ci si scapicollava per chiudere i budget e gli altri adempimenti in scadenza il 31 dicembre. Sulle mura dei palazzi premeva una marea umana, bramosa non di infilzare teste di aristocratici sulle picche, ma di prendere parte alle compere natalizie, attirata come uno sciame di falene dalle lucenti vetrine del centro, cinto a sua volta da un muraglione d’acciaio di auto e autobus che andava a rinforzare gli argini del Tevere, come gli offendicula aguzzi in cima al muro di una villa.

Ora, spente le luminarie, smontato l’albero di Natale a Piazza Venezia, ai piedi dell’Altare della Patria, tutto è quieto, sonnolento, sonnacchioso. Le temperature miti di quest’inverno tiepido accentuano la sensazione di torpore, nelle case e negli uffici i termosifoni in tutte le loro forme ronzano a minimo regime, nella terrazza del bistrot all’ultimo piano si sorseggia tranquillamente il caffè, quasi mal sopportando l’occhio rovente delle lampade per il riscaldamento. La mattina e la sera, gli autobus sono semivuoti, ci si siede e si legge o si sonnecchia, cullati dal buio dei finestrini.

Solo all’altezza della Gianicolense, le carcasse incenerite di qualche cassonetto testimoniano la guerra furiosa e futile delle feste. Sarà stato qualche petardo o fuoco d’artificio ad appiccare il fuoco alla carta o ai sacchetti di plastica? Oppure il leggendario piromane della Circonvallazione, ringalluzzito dall’assenza della polizia – in ferie o in centro a vigilare sulle compere – ha rimesso fuori il capo dal suo covo ignoto? Forse lo straniamento del Natale l’ha fatto precipitare in una ricaduta, l’ha riportato a fissare con occhi sgranati le fiamme?

Nulla sembra più scuotere la calma olimpica dei Capi degli Uffici, non vale ricorso al Tribunale Amministrativo o nota burocraticamente minacciosa pervenuta da Bruxelles, i ripetuti allarmi della stampa sui ritardi accumulati dal PNRR sono un suono lontano di campanelle, attutito dalla neve. I movimenti sono lenti, pesanti, densi e riflessivi, la ponderazione delle pratiche profonda, senza far precipitare nell’argento liquido dell’ansia e del gioco di specchi di norme e politiche.

Ad majora!

Stan

La befana vien a frotte

Mia cara Berenice,

anche se la circostanza è relativamente poco nota, Roma ha un rapporto particolare con l’Epifania.

In Piazza Navona si tiene una festa della Befana di antichissima tradizione, benché ultimamente criticata per le concessioni poco trasparenti e la scarsa qualità dell’evento.

In Piazza San Pietro arrivano, con gran pompa, i Re Magi. È avvenuto anche quest’anno, nonostante si fossero appena tenute le esequie di Papa Benedetto XVI.

La città era fittissimamente affollata, tanto da ricordare certe colline venete terrazzate a vigneto, sostituiti ai tralci turisti e locali. I vigili urbani, dispiegati in forze, si sbracciavano e fischiavano disperatamente. In via della Conciliazione hanno improvvisato una roulette russa incuneando un corteo di auto in uno di sbandieratori di ritorno dalla piazza.

Alle spalle di Campo de’ Fiori, i due ottuagenari gestori di un bar in cui il tempo si era fermato vivevano una seconda giovinezza spiattellando sul bancone di metallo lucido caffè, cappuccini e bevande da asporto.

Altrove, un cassiere mi ha rivolto un sorriso riconoscente sentendomi parlare in italiano. Un gesto che mi ha riportato alle vacanze estive della mia infanzia, quando la Riviera Adriatica parlava tedesco.

Code si snodavano di fronte agli esercizi commerciali più improbabili. In Piazza Navona, la bancarella che serviva panini con la porchetta sembrava beneficiare di una nettissima preferenza del pubblico.

Una spazzata.

Stan

Arte contemporanea a Roma

Mia cara Berenice,

a Roma piove ancora, i marciapiede sono incrostati di foglie fradice, il Tevere ha il colore e la consistenza del fango e lambisce gli argini interni, tanto che le scalette sui muraglioni sono state sbarrate con il nastro giallo della polizia municipale. Benedetto nastro giallo della polizia municipale, consolatore degli afflitti, refugium peccatorum. Ovunque a Roma abbraccia e avvolge misericordioso buche, voragini, aree inagibili, bagni pubblici fuori servizio, tronchi d’albero spezzati. Avrebbero dovuto infiocchettarci la Madonna sulla cima dell’obelisco di Piazza di Spagna, anziché appendervi, come al solito per l’Immacolata, un cuscino di fiori.

Lungo i muraglioni striscia e sbuffa, in affanno sotto la pioggia, il serpentone grigio del traffico, procede faticosamente dal centro, attraverso Trastevere, lungo la Gianicolense, preso spietatamente a sassate dai semafori rossi, si inerpica in spire lungo il Gianicolo. Emette stridii e singulti stizzosi. I sospiri sono troppo flebili per essere uditi, si perderanno, nella Los Angeles del 2019, come lacrime nella pioggia.

Attraverso le fessure dei balconi si intravedono le luci accese di una casa. Le finestre sono semiaperte, forse perché chi ci abita vuole godersi il rumore della pioggia e del resto il freddo invernale, a Roma, praticamente non è ancora pervenuto. L’uomo è disteso su un divano, sui tre quarti, e solleva verso il cielo un pugno chiuso. Non è un’opera del Realismo Socialismo, non si tratta di un funzionario della Commissione di Pianificazione che, chino su un mare di dati e progetti, saluta il vittorioso raggiungimento degli obiettivi quinquennali.

È un uomo dei giorni nostri e ha appena superato un livello a Candy Crush.

Un radioso saluto.

Stan

La battaglia dell’Immacolata

Mia cara Berenice,

da tempo immemorabile, a Roma si scontrano potere religioso e potere civile.

Tutti abbiamo visto, in qualche peplum hollywoodiano, i primi cristiani dati in pasto ai leoni, al Colosseo.

Poi furono le insegne imperiali a essere ammainate, mentre sorgeva il potere del Vescovo di Roma che, dalle rovine di templi e palazzi, traeva il titolo di Romano Pontefice.

Come un Imperatore insediato da cortigiani e pretoriani, il Pontefice dovette a sua volta difendersi da aristocratici locali e nuovi Cesari e Augusti.

Messa finalmente in sicurezza Roma, circondata da Stati Pontifici e Legazioni, calarono le Armate francesi, prima rivoluzionarie poi napoleoniche.

La Restaurazione ebbe vita breve e nel 1870, dopo infinite schermaglie, entrarono a Roma le truppe italiane.

Il conflitto tra Stato e Chiesa, tuttavia, non cessò, nemmeno con i Patti Lateranensi del 1929. L’ultimo Concordato è del 1984 e appena l’anno scorso se ne chiedeva la risoluzione, dopo che la Segreteria di Stato aveva presentato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede una nota critica sul naufragato Disegno di Legge Zan contro le discriminazioni di genere.

Un’ulteriore battaglia di questa eterna guerra è stata combattuta ieri, festa dell’Immacolata Concezione. A Piazza Venezia, epicentro del potere civile sotto il fascismo, il Sindaco ha acceso l’albero di Natale cittadino. Il pulsante fatidico è stato ovviamente premuto con il buio, ma, per qualche ragione, si era sparsa la notizia che la cerimonia fosse in programma per le sedici. Esattamente l’ora in cui Sua Santità Papa Francesco, nella vicina Piazza di Spagna, rendeva omaggio alla Statua della Vergine, sul pinnacolo dell’obelisco.

Qual è stato il risultato di questo scontro tra Titani? Come sempre, ad andarci di mezzo sono i civili, ritrovatisi in balia di una città paralizzata, con più furgoni della Celere che autobus dell’ATAC, nel pieno delle compere natalizie, oltretutto incentivate dal Comune offrendo mezzi pubblici gratuiti e perfino buoni taxi. Civili ignari, perfino dimentichi, come nel mio caso, di entrambe le cerimonie.

S.O.S. che, mai come in quel caso, significava: salvate le nostre anime.

Can’t you hear me, S.O.S.?

Stan

Canzone sgangherata

Mia cara Berenice,

la presente va letta cantando. Lascio a te la scelta della melodia, ma ti consiglio “Porta Portese” di Claudio Baglioni.

È venerdì mattina e c’è sciopero dell’ATAC.

Prima del solito mi sono alzato e sono qua.

C’è pure la nebbiolina, sembra di stare in Veneto.

L’8 è già arrivato, anche stavolta il sindacato l’ho fregato.

Siamo a due fermate dal capolinea, ma è già stipato.

Dietro ce ne sono altri due, ma la gente non si fida, tutti accalcati sono qua.

A Viale di Trastevere si scorre più del solito, ieri sera l’ambulanza un intero senso di marcia aveva bloccato.

Con l’aiuto d’i ‘un garzone in grembiule, l’autista aveva fatto retromarcia e s’era immesso nella corsia del tram.

Un signore spiega che anche ai suoi tempi si scioperava, ma era tutto diverso; in cosa, non si sa.

Il lavoro agile è regressivo, il nuovo Ministro ha rassicurato, ma la gente non si fida, tutti accalcati sono qua.

Può essere umido e inquinato, ma quando scendi è sempre una boccata d’aria.

Tre scolaresche escono dalla mostra di van Gogh.

Mattinieri, non ho mai capito perché li mandino a scuola così presto.

Eh, perché i genitori devono andare a lavorare.

In via del Corso il marciapiede è un rigagnolo, devi saltellare qua e là.

Poliziotti in borghese e poliziotti in divisa..

Timbri, aspetti l’ascensore e chiedi per favore se puoi entrare, perché l’ha regola del Covid ancora c’è, o almeno ci sta il cartello appeso.

Un saluto zufolato.

Stan

La capitale morale

Mia cara Berenice,

a me e ai miei amici romani piace visitare mostre e anticaglie.

Qualche giorno fa, sulla nostra chat, è stata lanciata la proposta di organizzare una trasferta a Milano per visitare un’esposizione alla Fondazione Prada di cui si dicono grandi cose; in particolare, ci sarebbero spettacolari ricostruzioni, tra cui una del Colosso di Costantino.

Andare a vedere il Colosso di Costantino. Da Roma. A Milano.

Certo, non mi sfugge che città come Milano e Ravenna hanno avuto un ruolo chiave nel Tardo Impero, quando Roma ormai non era più la capitale o lo era solo de jure.

Eppure, questo continuo primeggiare di Milano si va facendo insistente. Hanno appena inaugurato una nuova linea della Metro, quando Roma ne ha solo due e mezza e fatica a trovare i soldi per prolungare la Linea C fino al Colosseo e a Piazza Venezia.

Se Roma ha i Ministeri, le Autorità e il Parastato, Milano ha le multinazionali, gli studi legali internazionali, le società di revisione, i grattacieli scintillanti, Piazza Gae Aulenti.

Roma ha i marmi, Milano ha il design.

Roma ha gli eventi mondani con notabili e cardinali appesantiti, Milano le modelle che schizzano velocissime sulle passerelle.

Milano produce il PIL, Roma lo inghiotte.

A Roma si mangia la carbonara, a Milano il finger food.

A Milano la Borsa, i maggiori club calcistici, Regione Lombardia in Palazzo Lombardia,

A Roma, anzi in Vaticano, il Papa con le Guardie Svizzere e la paccottiglia per turisti, a Milano il Duomo e l’Arcidiocesi, così importante da avere un proprio rito liturgico. A Roma l’Opus Dei, a Milano Comunione e Liberazione.

A Roma l’Italia da cartolina, a Milano quella dei plastici e dei modelli industriali.

Luoghi comuni? Appunto per questo pericolosi.

Sana dicotomia? Può darsi… ma anche Vienna ci provò con Budapest e non finì benissimo…

Un saluto ministeriale.

Stan