Albergo n. 5

Mia cara Berenice,

il matrimonio tra Salerno e Paestum è andato ottimamente.

Non sarai gelosa, spero, nell’apprendere che la sicula A., con la sua sola compagnia, mi ha reso l’uomo più invidiato dei festeggiamenti, iniziati già durante il soggiorno in albergo.

Appunto quest’ultimo mi ha ispirato un trittico di racconti che ti allego sotto il titolo “Albergo n. 5”, in omaggio al “Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut e a una certa canzonetta popolare.

Un saluto,

Stan

ALBERGO N. 5

La brochure

L’atrio del Tian Hotel del Principe, come quello della maggior parte degli alberghi appartenenti a catene internazionali, si caratterizzava per una sistemazione moderna, razionale, standardizzata e piuttosto fredda che faceva a pugni con la pregevole facciata ottocentesca, decorata da cariatidi allegoricamente raffiguranti diverse sfaccettature del diritto naturale e del principio di legittimità.

La pandemia, ora, aveva accentuato quel contrasto. Pannelli trasparenti erano stati montati ai banchi della reception e fra i tavoli più ravvicinati del ristorante. La colazione in terrazzo non veniva servita più a buffet, ma a sportello, burocraticamente. Le brochure in raffinata carta porosa di produzione locale erano state sostituite da codici QR.

Questi ultimi rinviavano a una “e-brochure” che consentiva di agilmente visualizzare le regole della casa, i servizi offerti e un’apposita sezione dedicata alla storia dell’edificio.

Quest’ultima era stata curata dal Prof. Campana, celebrità della storiografia locale e capogruppo, in Consiglio Comunale, di un Partito Comunista sopravvissuto nella sua persona.

Trent’anni prima, quando la compagnia angloamericana precedente a quella cinese aveva rilevato lo storico hotel e normato l’atrio, Campana aveva fatto fuoco e fiamme, minacciando esposti alla Procura della Repubblica, alla Sovrintendenza et coetera.

La compagnia non fu così ottusa da ignorare gli strali di quel piccolo potentato locale, ma fece arrivare da Milano una bella ragazza con una cartelletta sottobraccio e un biglietto da visita che la qualificava come addetta alle relazioni istituzionali. In capo a qualche giorno, la nomina di Campana a consulente storico della Direzione dell’albergo venne ufficializzata a una conferenza stampa per la quale si scomodò l’Amministratore Delegato della controllata italiana, mentre la Dott.ssa Caccia si contentò di starsene appoggiata a una colonna del terrazzo, sorridendo benevolmente, con l’inseparabile cartelletta serrata al petto.

Ecco dunque che, tanti anni e un cambio di proprietà dopo, la sezione della brochure elettronica dedicata alla storia dell’edificio esordiva, nel tono roboante del Campana: “La storia dell’Hotel del Principe è storia d’Italia, d’Europa e del mondo.”

“Il palazzo, di dimensioni sproporzionate perfino per la dimora di un grande feudatario come il Principe di Carini, fu commissionata da quest’ultimo nel 1862, proprio in faccia al Duomo e al Municipio, a rimarcare l’ostinato rifiuto del Principe verso il nuovo ordine postunitario.”

“Di antica nobiltà spagnola – era infatti anche Principe di Manzanilla, un titolo nominale essendo il Messico ormai indipendente dalla Spagna -, cattedratico di diritto civile e canonico (utremque jure) all’Università di Bologna, amicus Curiae del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica e della Sacra Rota, il Principe volle che la facciata richiamasse quell’ordine di legittimità divina e dinastica che, a suo parere, era stato irrimediabilmente sconvolto dalla Rivoluzione Francese e dal Risorgimento poi.”

“Un uomo di alato genio, troppo forse per potersi dedicare alle bassezze dell’amministrazione del feudo di Carini che infatti finiva, nel 1894, nelle mani di un fattore, don Gennaro Alfonso.”

“Personaggio dalla frugalità estrema, don Alfonso non abitò mai nel palazzo, ma lo adibì da subito ad albergo, pare anche in segno di sfregio per il Principe. Don Alfonso, infatti, era invece in ottimi rapporti con la nuova Amministrazione italiana, tanto che alcuni documenti suggeriscono le pressioni del Prefetto e del Regio Tribunale come fattore determinante nella vendita, piuttosto che vere ristrettezze economiche del Carini e Manzanilla.”

“L’albergo lavorava molto grazie alla Fiera Campionaria di Santa Rosa, che si tiene ancora oggi ogni dicembre e le cui origini si fanno risalire addirittura al XV secolo. Era però un evento stagionale e non poteva, da solo, sostenere l’albergo. Vennero di nuovo in soccorso i buoni rapporti dell’Alfonso con Torino e con Roma: l’albergo venne ampiamente utilizzato, a prezzi notevolmente rincarati, da una girandola di Regie Commissioni e missioni inviate a indagare sullo stato miserevole della regione, sulla malaria, sul miglioramento dell’agricoltura, e così via.”

“A partite dal 1920, l’albergo passò di mano in mano, ma i vari proprietari, locali o napoletani, mantennero sempre una certa connessione con il Governo. Già nel 1921, l’hotel ospitò uno dei primi congressi del neonato Partito Nazionale Fascista. Dal 1943 al 1944, fu sede di uffici dell’Amministrazione Alleata e del Governo del Sud. Negli anni ’80, l’imprenditore napoletano della sanità Achille Sansone, detto ‘il Re delle Cliniche’, ebbe l’intuizione di adibirlo ai congressi medici e farmaceutici. Fu la vera svolta, che portò l’albergo a essere acquisito dal Gruppo angloamericano Hutchinson nel 1991 e poi dal Gruppo Tian di Hong Kong nel 2007.”

“Pilastri dell’attività commerciale sono attualmente, in aggiunta alla Fiera e ai congressi medici, i matrimoni, grazie alla vicinanza del pregevolissimo Duomo seicentesco di Santa Zosima.”

La cameriera

Vi era, all’interno della brochure elettronica, un articolo che si ripeteva sia al menu “I nostri servizi”, sia a quello “Cose da fare”. Esso recitava: “Letteralmente alla porta dell’albergo, vi aspetta il centro storico seicentesco di G., con i suoi ristoranti e negozi tipici. Inoltre, facendo pochi passi o prendendo la cremagliera comunale, è possibile scendere al Lungomare, fitto di locali notturni vista Tirreno e di lidi.”

“Se tuttavia non avete voglia di muovervi, se non sulla pista da ballo, alle ore 19 apre i battenti sulla hall il Mocambo Club, per non richiuderli fino alle sei del mattino”.

Il Mocambo Club non era altro che l’angolo piscina alle spalle dell’albergo, ma un’insegna luminosa, fumose luci violacee e il resident DJ Tony erano sufficienti a compiere la magia della trasfigurazione.

Al posto dell’inamidato bartender della hall, a preparare i cocktail era un barman acrobatico gonfio di muscoli e tatuaggi. Al posto delle castissime e virginali cameriere dell’albergo, serviva ai tavoli una ragazza bionda in pantacollant bianchi, top bianco e scarpine da ginnastica. Al posto dell’algida receptionist e Vice-Direttrice, accoglieva gli ospiti una hostess con fluenti capelli corvini, tubino nero e tacchi a spillo.

Fra le ragazze dell’albergo e quelle del Club, esentate dall’obbligo di uniforme e percettrici di più cospicue mance, scorreva una vecchia ruggine; ma, per qualche motivo, le “interne” se la prendevano soprattutto con la ragazza bionda.

In realtà, quest’ultima poteva permettersi di lasciar fantasticare e sbavare i clienti, perché, qualora accennassero a superare il limite, aveva un metodo infallibile per stroncarli: con fare querulo, estraeva il cellulare e mostrava loro la foto del figlio di sei anni che cresceva da sola.

Solo una volta non funzionò, con un ispettore bancario di Udine. Inizialmente, costui si ritrasse davanti alla testa della piccola Medusa, inorridito come tutti gli altri. Tuttavia il pomeriggio successivo, sdraiato sul lettino bianco, complice forse il sole gagliardo a cui, da friulano, era poco abituato, cominciò a rigirarsi sull’asciugamano pruriginoso, pungolato da un misto di senso di colpa, immagini ricorrenti del corpicino e della zazzera bionda della ragazza, visioni di belle ragazze che passavano in costume da bagno stringendosi i figli al seno.

Ci volle del bello e del buono, perché l’ispettore ottenesse il trasferimento alla locale sede della Banca Centrale, ma infine i due convolarono a notte.

Insomma, la minuscola amazzone bionda se la cavava egregiamente e le cameriere “ufficiali” diventavano verdi d’invidia nei loro colletti duri, fino al giorno in cui si presentarono al banco della reception due ispettori della casa madre. Dopo essersi fatti introdurre dal Direttore e aver esibito le loro credenziali, spiegarono con squisita cortesia che erano venuti per un “audit del follow up del rapporto di autovalutazione sulle politiche di genere inviato alla casa madre il giugno precedente”: certamente lo ricordavano, nevvero?

Intervistarono lungamente il Direttore, la Vice-Direttrice e il personale. Nonostante le loro espressioni sfingee, tutto sembrava andare per il meglio, finché non scesero dalla loro camera per la cena e trovarono il Club aperto. Alle otto della mattina successiva, erano nuovamente nell’ufficio del Direttore.

“Dica, Direttore,” esordì il senior auditor, strascicando ogni sillaba e sfregandosi i polpastrelli sottili e diafani come ragnatele, “quelle ragazze che lavorano nel vostro bel Club… mi riferisco, in particolare, alla hostess di sala e alla cameriera…”

“Sì?” Assentì il Direttore, sudando freddo.

“Bene… ci chiedevamo… è per una politica di questa struttura che sono vestite… in quel modo?”

Il Direttore sputò a memoria, come un foglio di carta impiastricciato di appunti ingoiato da uno studente, la tiritera che era ormai abituato a ripetere alle cameriere interne quando si lamentavano delle colleghe del Club, ree di incamerare maggiori mance, ricevere un trattamento preferenziale o addirittura “allontanare dall’albergo le famiglie, signor Direttore!”

“Assolutamente no!” Declamò dunque il Direttore, in tono fin troppo roboante. “Il personale di servizio al Club, a differenza di quello interno, non è soggetto ad alcun dress code!”

“Capisco… ma questo… è stato reso assolutamente chiaro alle ragazze?”

“In che senso?”

“Be’… lo ha spiegato loro esplicitamente? Intendo dire, in un colloquio registrato sulla nostra piattaforma o, magari con un ordine di servizio scritto?”

“Ma no… no… mi pareva… eccessivo, ecco… sproporzionato… e poi, vede, temevo…”

“Cosa temeva?”

“Che sembrasse un invito a vestirsi in modo… in modo…” Il Direttore faticava in modo terribile e sudava copiosamente. “In modo più tradizionale, ecco. Saremmo finiti suoi giornali. Si immagina i titoli? ‘Direttore di albergo intima a giovane cameriera – ragazza madre! – di coprirsi di più!'”

“Capisco… ma non era affatto questo che lei doveva dirle… dire a quelle due ragazze”.

“Certo, certo… ma c’era il rischio… di ambiguità”.

“Ma lei è certamente in grado di produrre una comunicazione chiara, franca e diretta nei confronti del personale, giusto?”

“Certo!”

“Molto bene”. I due aguzzini si alzarono, con visibile soddisfazione.

“Entro tre giorni,” declamò con voce chiara e con il giusto tono la junior auditor, “riceverà il nostro referto direttamente in piattaforma. Da quel momento, avrà venti giorni lavorativi per caricare il suo rapporto di follow up”.

Specializzato in matrimoni

L’ispezione condotta dai due zerbinotti venuti da Milano, e le spiacevolezze che ne seguirono, monopolizzarono come un totem arcano e tirannico la mente del Direttore… e dire che l’albergo era, come recitava la brochure elettronica, “specializzato in matrimoni”! Eppure, ci si creda o meno, il Direttore, nel ricevere il Procuratore della Repubblica e il Commissario, pensava solo ed esclusivamente al rapporto di follow up.

Del resto, il copione ben rodato e messo in scena macchinalmente prevedeva che la hostess nel suo tubino nero e la cameriera nel suo completino bianco si allineassero al Direttore nella hall, la prima sorridendo luminosamente, la seconda offrendo al magistrato e al poliziotto due aperitivi color di rosa. Il Direttore non aveva ancora deciso come agire nei confronti delle due ragazze e si tormentava. Avrebbe ancora potuto impiegarle in quella abituale coreografia? E, in caso negativo, cosa avrebbe affatto? E se il Procuratore e il Commissario se la fossero presa?

Per quel sabato, comunque, tutto andava come sempre, con il magistrato e il poliziotto a fare la loro comparsa annoiata e condiscendente. Come accadeva spesso – faceva anche questo parte della cerimonia – rifiutarono il rinfresco che veniva loro offerto.

“Ma che cocktail e cocktail!” Borbottò il Commissario, di malumore. “Ma se si sente l’odore del sangue fin quaggiù! Direttore!”

“In effetti,” ammise il Direttore, sorridendo. “Questa volta i nostri ospiti si sono dati particolarmente da fare; ma, come sapete, le nostre ragazze sono espertissime. Appena le Signorie Vostre danno il via libera, odorerà tutto di menta fresca in men che non si dica. A proposito, mi sono permesso di mettere a disposizione della Scientifica alcune stanze al piano”.

“Grazie…” Sospirò a bassa voce il Commissario.

Il Procuratore fece eco al sospiro: “Vabbuo’, che è successo stavolta? Due invitate con lo stesso vestito? Lite ereditaria tra parenti? Un bambino ne he schizzato un altro in piscina? La sposa ha avuto sentore che i tovagliolini del catering sarebbero stati della sfumatura sbagliata?”

“La parrucchiera,” sorrise il Direttore. “Doveva venire qui alle due per fare i capelli a tre invitate… ma è arrivata in ritardo e… il resto potete immaginarvelo”.

“Ma quindi… tre-quattro persone… ma ‘sta puzza di sangue che quasi mi fa tornare su l’aperitivo?” Come da copione, i due rappresentanti delle Istituzioni avevano infatti finito per scolarsi i bicchieri.

“Eh, il solito… sono stati coinvolti i mariti… e poi i parenti… poi sono arrivati pure i parenti della parrucchiera, e…”

“Ho capito, ho capito…”

Necrofori, agenti della Scientifica e agenti semplici incrociavano nella hall. Il personale dell’albergo si faceva in quattro per aiutarli e assisterli in ogni modo. Era nel comune interesse dissigillare il piano della mattanza il prima possibile: quella stessa notte, era attesa una corriera di austriaci.

La storia dell’Hotel del Principe è storia d’Italia, d’Europa e del mondo.

Prof. Antonio Ferdinando Campana

L’opera di Ian Fleming

Mia cara Berenice,

ai riti civili e religiosi della quarantena che ti ho descritto nelle mie precedenti e, in particolare, nella missiva del 28 marzo, devo aggiungere la programmazione televisiva, ogni lunedì sera, della saga di Harry Potter.

È curioso che vengano dalle Isole Britanniche due dei principali cicli narrativi di questi anni, “Harry Potter” e “Il signore degli anelli”. Siamo ormai abituati a pensare che la fucina dell’intrattenimento sia Hollywood e, certamente, quest’ultima avrà avuto un peso notevole nel portare l’opera omnia di Tolkien e Rowling sul grande schermo; può darsi che almeno la produzione di Harry Potter sia britannica, ma certamente non c’è successo cinematografico senza il mercato americano… per ora, almeno.

Resta il fatto, comunque, che la Terra di Mezzo e Hogwarts sono usciti da penne inglesi – mi perdonerai se, occasionalmente, utilizzo “inglese” quale sinonimo di “britannico”.

Nulla di strano, dirai tu, il genio può manifestarsi ovunque, non conosce bandiere o confini. Eppure, è difficile non vedere una componente geopolitica o quantomeno di orgoglio nazionale in certi ritorni di fiamma britannici.

Pensa al ciclo di James Bond, uscito dalla penna di Ian Fleming. Proprio negli anni ’50, quando l’Impero Britannico deve guardare in faccia il suo declino, fa il suo ingresso nell’immaginario collettivo un agente segreto invincibile, fascinoso, intriso di Britishness fino al midollo. In buona sostanza, l’equivalente letterario di quello che fu, nel mondo reale, la guerra delle Falklands, in occasione della quale Newsweek titolò “The Empire Strikes Back”.

A una ragazza di sani principi contemporanei come te non posso che consigliare caldamente la lettura dei libri di Mister Fleming (ma perché la Regina non lo fece almeno baronetto?). In quell’acqua limpida, potrai pescare perle scintillanti di politicamente scorretto.

Quando Vesper Lynd viene rapita in “Casino Royale”, Bond, prima di partire lancia in resta al salvataggio, mugugna che le donne dovrebbero occuparsi di faccende domestiche, anziché di spionaggio internazionale.

“Licenza di uccidere” è ambientato nella Giamaica coloniale e il segretario del Governatorato, nel ricevere Bond, deride le velleità di Londra di devolvere più poteri ai giamaicani, “bambini” che “non sarebbero in grado di gestire una linea di autobus”.

Non ricordo in quale dei romanzi, gli omosessuali vengono definiti “finocchi impregnati di profumo”, peraltro non da Bond, ma da un altro funzionario del Servizio Segreto con cui anzi egli sta litigando.

Stai già organizzando una petizione per dare alle fiamme i libri di Fleming e interromperne gli adattamenti cinematografici? Sta bene, ma tientene qualche copia di contrabbando. Ti assicuro che hanno un loro perché, quantomeno dal punto di vista stilistico.

Personalmente, ho sempre trovato molto interessante il contrappasso fra “Casino Royale”, il romanzo d’esordio, e i successivi. “Casino Royale” è asciutto, secco, direi quasi hard boiled. Nei successivi, la narrazione si fa più calma e ragionata, attenta ai dettagli.

Credo peraltro che, in questo, lo stile sia stato influenzato dai contenuti, probabilmente anche sulla base di qualche pressione esercitata dall’editore. “Casino Royale” è una narrazione brutale della Guerra Fredda da parte di chi, come Fleming, aveva effettivamente lavorato e vissuto nell’intelligence. L’avversario di Bond è la SMERSH, un’unità d’élite effettivamente esistita dai servizi segreti sovietici.

Già nel secondo romanzo, “Vivi e lascia morire”, la SMERSH comincia a sfumare sulla sfondo e fanno la loro comparsa certe atmosfere esotiche e leziose, quei supercattivi un po’ pacchiani resi famosi dai film.

Va detto che la SMERSH fa il suo ritorno in grande stile in “A 007, dalla Russia con amore”, dove si consuma il climax dello scontro con Bond. Non è più, però, la lotta brutale consumatasi nella Francia di “Casino Royale”, esemplificata dalla scena della tortura fedelmente riprodotta nel film omonimo con Daniel Craig. L’agguato contro Bond viene pianificato meticolosamente da un Gran Maestro di scacchi russo, si svolge fra Istanbul e le cabine dell’Orient Express con l’ausilio di una bellissima agente russa, appositamente reclutata.

In generale, l’impressione è che si cercasse un prodotto più disimpegnato e, forse, meno provocatorio nei confronti dell’Unione Sovietica. Se io ti chiedessi di indicarmi il nemico storico di Bond, probabilmente, tu non mi citeresti la SMERSH, ma la famosa SPECTRE.

Concludo segnalando una chicca, il romanzo “Un quantum di sicurezza”, contenuto nella raccolta “Solo per i tuoi occhi”, in cui tutto ciò che Bond fa è sentirsi raccontare dal Governatore delle Bahamas la storia di una coppia infelice; non voglio anticiparti altro.

Avete eroi dello spionaggio, in Austria?

Un caro saluto.

Stan