Ultime vendemmie

Mia cara Berenice,

siamo sul criminale di settembre, ultime vendemmie, vendemmie rocambolesche e disperate.

Chi non ha raggiunto la quota assegnata dall’Ispettorato si attacca al cellulare, cerca di strappare a comuni conoscenze i recapiti di chi, secondo la voce pubblica, la quota l’ha ecceduta.

L’ultimo sole dell’estate sfinisce gli operai, le prime piogge dell’autunno bagnano le piante. Mani con guanti da lavoro scrollano i grappoli per far schizzare via qualche goccia.

Arrivano camionette di vendemmiatori indiani, pakistani, bengalesi. “Non parlare con me, capo, parla con Rajul!” Arrivano le Smart giallo canarino delle fidanzate dei “giovani imprenditori agricoli”, molli e delicate come le moeche, i gamberi di fiume tipici del luogo. Scendono in tenuta da palestra rosa shocking, le unghie ricostruite e laccate tastano le poco familiari impugnature delle forbici da giardino.

La notta non ferma né gli uomini né le macchine, le macchine vendemmiatrici simili a veicoli alieni e i trattori che trascinano rimorchi e cisterne verso le cantine private, cooperative o consortili, cantine che sembrano eleganti chalet, discoteche o dischi volanti. Questa fa orario continuato, quella no. Qui si può scaricare solo su appuntamento, lì domani mattina chiudono i cancelli. L’assedio può durare fino all’alba.

Alla pesa e alla tramoggia, gli enologi imberbi palpano i carichi, prelevano campioni per stimare grado zuccherino e acidità. Questa non va bene, è troppo bagnata. Avete superato la quota di un paio di quintali, peccato… l’intero conferimento verrà declassato, concilia?

Uno sfibrato saluto.

Stan

Multiveneto

Mia cara Berenice,

la trasferta veneta sta andando benissimo, ti ringrazio, talmente bene che è come se stessi visitando la regione un numero esponenziale di volte: una sorta di Multiverso Marvel in cui ogni dimensione parallela è il Veneto.

Mi spiego.

Letteralmente appena arrivato in stazione, mio padre mi ha chiesto se avessi visto in TV il passaggio del Giro d’Italia in città. Da lì, il discorso è naturalmente virato sullo scandalo che ha investito l’Associazione Nazionale Alpini. Le presunte molestie sessuali all’Adunata Nazionale di Rimini? No. La Sezione locale aveva diligentemente predisposto una grande scritta di saluto per l’elicottero della TV di Stato; quest’ultimo, tuttavia, non si è degnato di fare la sua ronzante comparsa. La stampa locale si è incaricata di dare il debito risalto al disappunto della Sezione e della cittadinanza.

Un palazzo del Comune in centro storico ospitava una mostra pittorica e fotografica dedicata ai Colli del Prosecco, dichiarati con gran fanfara Patrimonio UNESCO e ivi ritratti da artisti locali. Il Museo dell’Alpino, invece, proponeva una collezione dedicata all’Africa Italiana; l’ex militare di presidio mi ha caldeggiato con particolare orgoglio una rara uniforme coloniale dei bersaglieri.

La sera successiva, abbiamo pranzato a una sagra nelle vicinanze. Credo di averti già descritto dettagliatamente queste manifestazioni: grandi tensostrutture, giostrine, tavole e panche di legno, carne grigliata e polenta servite in vassoi di plastica da giovani volontari, incasso devoluto alla Parrocchia o alla Pro Loco. Dopo due soffocanti anni di pandemia, il tendone rigurgitava e siamo riusciti a sederci solo grazie ai buoni uffici di un paio di conoscenti. Era del resto tardissimo per il Nord, le diciannove e quaranta! Infatti, un cartello penzolante dal tavolo più vicino all’ingresso avvertiva che il capriolo era finito.

Dopo cena, abbiamo fatto visita a dei parenti con una cantina. Il giovanissimo titolare voleva acquistare un quarto trattore, la madre si opponeva e teneva vigorosamente il punto. Hanno tenuto a farci assaggiare del brut e del rosé.

Se vedemo!

Stan

Attività da svolgere all’aperto negli inverni pandemici

Mia cara Berenice,

l’inverno pandemico è un paradosso e un ossimoro: il freddo scoraggia le attività all’esterno, il virus quelle all’interno.

Quid ergo? Che fare, dunque?

Nei film americani, si pattina sul ghiaccio.

A Roma, ci si riversa in via del Corso e in via Condotti, sapendo che le Autorità non oseranno chiuderle in tempi di compere natalizie.

In Veneto, le casette di legno dei mercatini sono calate dalle Alpi a guisa di marionette, burattini, ent o scope animate, occupando con flemma imperiosa le piazze delle città e innalzando misteriose macchine d’assedio, rivelatesi poi giostre o ruote panoramiche.

Io e mio padre, per mostrare la nostra dignitosa indifferenza agli invasori, siamo saliti sul vigneto di famiglia, dannunzianamente bardati di ghirlande argentee di gancetti metallici da appendere ai tiranti, a beneficio della manovalanza specializzata che, tra qualche mese e nella giusta fase lunare, provvederà a sfoltire, potare e incurvare i tralci, in modo da esporre i futuri grappoli al sole e alla mano dei vendemmiatori.

Non un’anima in vista, se non la cagnetta fulva che presidia il podere.

Smentendo i funesti pronostici iniziali, la pandemia ha fatto schizzare alle stelle le quotazioni del Prosecco, consentendo a mio padre di racimolare, con quello che lui stesso ha definito “un pugno di filari”, una seconda pensione, pur trattenendo per la lavorazione e il consumo domestici una parte dell’uva.

Del resto, in aggiunta al riconoscimento UNESCO, la supermodella e attrice inglese Cara Delevingne (nomen omen) è scesa dalle sue aristocratiche altezze per lanciare, da una cantina della zona, il suo marchio vitivinicolo.

Ovunque spazi lo sguardo, le colline sono finemente cesellate per far inerpicare i vitigni fino agli angoli più elevati e riposti, senza che ciò sappia in alcun modo di sfruttamento intensivo, ma ricordando anzi la cura delicata con chi si collocano le statuine sul muschio del presepe.

In settembre, file di trattori trainano i rimorchi carichi d’uva in direzione delle cantine commerciali e sociali, su cui vegliano amorosamente il Consorzio di Tutela di Treviso e il Governatorato di Venezia, pronti a difendere la gallina dalle uova d’oro su ogni arena nazionale, europea e internazionale.

All’arrivo dei trattori, enormi pese ponderano i rimorchi pieni e vuoti, in modo da ricavare il peso netto dell’uva riversata nelle pigiatrici, non prima che il tecnico enologo ne abbia preso un campione per determinarne il grado zuccherino – variabile determinante, insieme alla quantità d’uva in rapporto alla quota di produzione assegnata al terreno, per fissare la quotazione e la mercede da pagare all’agricoltore.

Un ebbro saluto.

Stan