L’oro in bocca

Mia cara Berenice,

‘ncapu lu re, c’è lu viceré, dicono in Sicilia: al di sopra del Re, c’è il Viceré. Al di sopra del Ministro, c’è il Capo di Gabinetto. Al di sopra del padrone di casa, c’è la signora della pulizie: la mia signora delle pulizie che, stamane, ha preteso di entrare in possesso della casa due ore buone prima del solito.

Il mattino ha l’oro in bocca, dicono un po’ in tutta Italia. Falso. Nel mio caso, significa trovare più traffico e mezzi pubblici più pieni, anche di scolaresche.

In Veneto, si racconta una storia che ben rappresenta la staffetta tra generazioni. Un padre rimproverava al figlio di far troppo tardi la notte, nel fine settimana, e dormire il giorno dopo fino a mezzogiorno. Una domenica mattina il patriarca si reca, come al solito, alla prima Messa. Tornando a casa, trova per terra cinquantamila lire e le sventola sotto il naso del figlio, ancora tra le coltri.

“Lo vedi, ad alzarsi presto?”

Per quanto annebbiata, la prole ha la presenza di spirito di rispondergli: “Padre, quello che le ha perse si è alzato prima di te!”

La saggezza popolare conosce i suoi limiti e contraddizioni, sa bene che, per ogni proverbio, ce n’è un altro a recitare il contrario.

Recita appunto una filastrocca: “Tre bambini stanno zitti, / zitti come i coscritti / davanti al caporale. / E la mamma li guarda sospettosa, / gli dice: Vi sentite male /o state macchinando qualche cosa? / Come vedete è falso l’oro. / Il silenzio non è d’oro / se volete nascondere qualcosa / io vi consiglio di cantare in coro. / Intonate una piccola fanfara / di piatti e di trombe, la furiosa /
ragazzata vi salva, si rischiara / la mamma e vi sorride”.

Una piccola fanfara di piatti e di trombe.

Stan

Filosofi neorealisti

Mia cara Berenice,

scusa il mio silenzio, ma sono letteralmente sepolto di lavoro al Ministero, di traduzioni da consegnare e altre incombenze.

Così, solo stasera, mentre in TV scorrono le immagini di un vecchio film francese sulla mala di Marsiglia, posso metterti a parte di un importante evento capitatomi qualche giorno, in prossimità di Largo Argentina.

Attirato da alcune composizioni nella vetrinetta di una gelateria, ne chiesi una da asporto. Notando che il bicchierino custode dei preziosi strati di crema era di vetro, chiesi al gelataio se fosse a rendere.

“Me lo chiedono in molti,” sorrise lui. “Io spiego che è come la bottiglia di vetro della birra: non serve restituirla”.

Mentre passeggiavo lungo le rovine romane e affondavo il cucchiaino nel cacao, riflettei sulla straordinaria, disarmante nettezza di quella esposizione. Nessuno pensa di dover restituire la bottiglia di birra. Perché io – e con me l’avventore medio – mi stupivo tanto e ostinatamente della possibilità di ritenere un bicchierino tanto più piccolo? Perché mi sentivo addirittura così fortunato da essere tentato di riporre il bicchierino in borsa, anziché buttarlo, per poi lavarlo e custodirlo gelosamente, anche se non ne avevo bisogno e rarissimamente lo avrei usato?

Capita, ogni tanto, di imbattersi nella vera saggezza popolare, ben diversa da quella vantata sulle reti sociali dalle “legioni di imbecilli” deplorate da Umberto Eco.

Quando frequentavo l’Università a Treviso, frequentavo abitualmente un certo localino a un tiro di sasso da Piazza dei Signori. Un giorno, mentre attendevo al bancone il mio turno di essere servito, entrò un ragazzo di colore. Senza proferir verbo, ma con uno scatto fulmineo, l’oste accennò ad abbandonare la sua postazione per farglisi sotto. All’identico modo, il ragazzo lasciò immediatamente il locale. Senza alcuna fretta o aggressività, l’oste lo seguì fin sulla porta.

“Ricordati,” proclamò con voce calma e stentorea, le braccia villose incrociate sul grembiulone, “che con te, e solo con te, sono razzista”.

In un’altra occasione, ero con mio padre in casa di un carissimo amico. Eravamo nel cortile e la brace scoppiettava sotto la griglia; bistecche, costicine e salsicce turgide attendevano di immolarsi nelle pirofile metalliche, unte di olio e vino e adorne di rosmarino.

Il padrone di casa commentava la condotta di quegli uomini, anche sposati con prole, che si vantano rumorosamente delle loro avventure amatorie. Riassunse il suo pensiero in poche parole: “Solo i cani sventolano i coglioni”.

Un estasiato saluto.

Stan

Le sagre venete

Mia cara Berenice,

non è un caso che la mia pur breve permanenza nelle Venezie mi abbia portato, e per ben due volte, in una sagra.

Le sagre, nella mia terra natia, sono onnipresenti e inossidabili, niente e nessuno può scalzarle, nemmeno la pandemia… non è vero, moltissime sono saltate nonostante le disposizioni permissive del Governatorato, ma quella della mia Parrocchia, no.

Ci sono stato due volte con i miei genitori, clienti assidui. Mio padre, in particolare, è disposto a mangiare fuori dal perimetro del desco casalingo solo ed esclusivamente per barattarlo con la tovaglia di plastica del tavolo numerato di una sagra.

La sagra si tiene normalmente in coincidenza con la festività del santo patrono della Parrocchia, in uno spazio della Parrocchia stessa o del Comune, sotto la supervisione di un’associazione locale, la Pro Loco. Parrocchia, Pro Loco… enti paciosi e innocui le cui facciate scrostate celano, sovente, lotte feroci in cui si brandiscono i coltelli. D’altronde, il frusciare dei soldi che circonda le casse della sagra, per quanto coperto dalla musica pompata dalle casse per accompagnare il ballo liscio, non è sempre così inconsistente, nonostante la blanda attenzione riservata al medesimo dalle Autorità pubbliche e tributarie in particolare.

La sagra è infatti, in fin dei conti, un’impresa di ristorazione. File e file di tavole e panche di legno allineate sotto un tendone, su ogni tavolo un numero e un blocchetto per scrivere le ordinazioni da cui penzola, legata con lo spago, una penna o una matita.

Gli avventori si accomodano sulle panche, compilano il blocchetto con l’ordinazione e il numero del tavolo, strappano il foglio e inviano un rappresentante, di solito il capofamiglia, a mettersi pazientemente in fila davanti alla cassa per il pagamento, effettuato il quale la comanda viene spedita direttamente nelle cucine.

Poco dopo, dalle cucine stesse o dalla frasca esce una giovane e graziosa ragazza, la cui uniforme può essere una semplice maglietta colorata, con un vassoio su cui sono affastellate le bibite, posate e bicchieri di plastica. Dopo un certo tempo, seguirà una seconda inserviente con tovagliette di carta e il cibo: carne alla griglia, polenta abbrustolita, patatine fritte, fagioli con la cipolla, tocchi di carne allo spiedo, formaggio alla piastra.

Fra i tavoli, altre due spigliate ragazze spingono il carrello dei dolci – a volte preparati dalle brave signore della Parrocchia, a volte industriali – da proporre a chi ha già concluso con il salato.

La terza ondata è composta da due simpatici bambini. Uno si trascina dietro un sacco di plastica, l’altro vi sospinge tutto ciò che è rimasto sui tavoli.

La faccenda può concludersi qui o avere un esiguo contorno di intrattenimento: una pista da ballo in legno su cui ballare il liscio o roba più moderna, oppure la famigerata pesca di beneficenza. Nel secondo caso, si acquistano uno o più bigliettini di carta che, una volta srotolati, rivelano un numero. Li si consegna a una delle ragazze dietro al bancone e, salvo colpi straordinari di fortuna rappresentati dalla “pesca” di un numero particolarmente basso, si ricevono confezioni di spugne, pacchetti di biscotti di cui è bene verificare la scadenza, piccoli accessori per la casa, tubi di bolle di sapone o altre amenità.

È inutile significare a una ragazza del tuo buon gusto quanto tutto ciò sia meraviglioso.

Avete nulla del genere, in Austria?

Un popolaresco saluto.

Stan