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Mia cara Berenice,

ieri sera avevo un fastidioso mal di gola, probabilmente dovuto a questa bizzarra primavera marzolina. Facendomene scrupolo, stamattina sono andato a farmi un tampone alla farmacia vicino casa.

A lato dell’esercizio un vialetto, piuttosto ampio per i parametri romani, conduce al cortile sul retro di un palazzo. Là è stato eretto un piccolo prefabbricato con una bucolica finestrella per l’operatrice, mentre lungo i muri sono disposte delle sedie. Rispetto alla mia ultima visita, accanto al casottino era sorta una tenda per le vaccinazioni, ma le novità non finivano qui. Alle spalle della dottoressa si intravedeva una macchina per le analisi dalle linee candide e moderne, ed era possibile scegliere tra tampone ordinario e con lettura della carica virale. Infine, l’esito negativo, anziché essere strillato dalla finestrella, mi è stato recapitato direttamente sul cellulare, sulla stessa app governativa che utilizzo per esibire il certificato vaccinale.

Era come in uno di quei videogiochi di strategia in cui costruisci la caserma dei soldati, per poi aggiungere l’infermeria e, in seguito, i radar sul tetto.

Quale differenza con il 2020! Allora, in Italia non si trovavano nemmeno le mascherine, una sartoria di quartiere si mise a confezionarle e distribuirle. In Belgio, in presenza di sintomi leggeri, non mi fu concesso di sottopormi a tampone. Solo in seguito, l’Esercito montò, nel cuore del Parco del Cinquantenario, un tendone dove era possibile farsi frugare le narici, ma solo esibendo una prescrizione medica o un biglietto aereo di prossima scadenza; in questo secondo caso, bisognava aggiungere un gruzzoletto consistente.

Quanto ai vaccini, stavano terminando l’iter delle sperimentazioni e delle autorizzazioni, concluso il quale venivano perennemente annunciati senza arrivare mai.

Insomma, non saremo gli essere più saggi e pacifici dell’Universo, ma di certo siamo adattabili.

Un proteiforme saluto.

Stan

Requiem for a Dream?

Mia cara Berenice,

i dati ufficiali sono chiari: i cinema italiani stanno male, malissimo, agonizzano.

Nel 2021 sono addirittura andati peggio rispetto al 2020, quando erano chiusi. È vero che nel 2020 la pandemia arrivò solo a fine febbraio e ci furono effimere riaperture; è vero che la ripartenza del 2021 fu estremamente faticosa, tra limiti di capienza, mascherine, igienizzazioni e film rinviati o fatti uscire direttamente sulle piattaforme; è vero, infine, che la stagione cinematografica tradizionalmente va dall’autunno all’estate, rendendo difficile fare confronti anno su anno.

Tanto premesso, negli altri Paesi europei il 2021 dei cinema è andato nettamente meglio, partendo per di più da una situazione prepandemica incomparabilmente più favorevole: la Francia, ad esempio, ha una densità di sale nemmeno paragonabile a quella italiana.

Sulla rivista Il Mulino, il cineasta Alessandro Rossi ne ha per tutti: Ministero della Cultura, sistema di distribuzione, esercenti. Rossi liquida con scetticismo forse giustificato la proposta di adottare il modello francese, imponendo per legge la cosiddetta “finestra” di diversi mesi fra l’uscita di un film e la disponibilità del medesimo sulle piattaforme digitali.

Io, nel mio piccolo, ne avevo già parlato con la Presidentessa del nostro cinema ex parrocchiale, nelle Venezie. Le avevo detto che, a Roma, teatri e cinema non se la passano male e speravo che la medesima tendenza, secondo un consolidato schema, si riversasse in provincia.

Se così non fosse, mi auguro che il Ministero della Cultura o le organizzazioni di categoria sappiano fare leva abilmente sugli interessi economici di Hollywood. Gli Studios hanno ogni convenienza a salvare il cinema, da cui proviene ancora il grosso degli incassi, per non parlare del fatto che tutto quanto viene reso disponibile sulle piattaforme digitali è immediatamente preda dei pirati informatici.

Purtroppo, temo non sia un problema risolvibile dal basso, ossia a livello di sale di comunità, come sembra suggerire Rossi. Proprio i piccoli cinema, secondo l’autore, dovrebbero farsi araldi di un marketing più moderno e aggressivo. Queste cose, però, costano. Se non riescono a metterle in campo i grandi multisala, non si può chiedere ai piccoli cinema di fare miracoli: nemmeno nel Nord Est, patria della cosiddetta multinazionale tascabile.

Uno speranzoso saluto.

Stan

Vendetta urbana

Vendetta urbana

Giù la durlindana!

Mia cara Berenice,

non si tratta dei versi di qualche cantautore metal con velleità medievaliste, ma di una mia personale ispirazione, al termine di un fine settimana trascorso in teatri, musei, ristoranti, vie, negozi rigurgitanti di umanità varia.

La stampa – aizzata in parte della propria approssimazione, in parte delle associazioni dei commercianti – continua a battere sul tamburo sulla crisi, descrivendo una Roma desertificata dall’ultima ondata del virus. In quelle orrende trasmissioni denominate “talk show”, qualche commentatore particolarmente antigovernativo sostiene addirittura che staremmo rivivendo l’inverno del 2020-2021.

In effetti, non si può negare che, all’inizio brutale delle pandemia, le città abbiano sofferto particolarmente. Roma sembrava completare e circondare Cinecittà con la scenografia di un brutto film di fantascienza post-apocalittico. In campagna – lo constatai facendo visita ai miei nelle Venezie, quando fu possibile – l’impatto psicologico era percettibilmente più sfumato e attenuato. A fare da contorno, un coro greco di soloni che prevedeva migrazioni di massa dagli opprimenti quartieri dormitorio a verdi colline ubertose indorate dal sole.

Ora, alla fine di gennaio 2022, con l’ondata della variante omicron ormai in attenuazione, Roma è ripartita con un vigore estraneo alla sua ordinaria abulia, mentre nelle Venezie – ahimé – fatichiamo enormemente a portare nel nostro cinema non solo qualche sparuto spettatore, ma gli stessi volontari cassieri, maschere, proiezionisti – i baristi sono stati temporaneamente riallocati ad altri settore, stante il divieto di consumare cibi e bevande in sala.

Amara vendetta, come tutte le vendette, di cui auspico la rapida sostituzione con una tranquilla, equilibrata pace.

Un saluto.

Stan

Riavvolgi e rielabora

Mia cara Berenice,

non credevo che la mia di ieri, in cui descrivevo le Venezie come un lazzaretto, ti avrebbe suscitato tanta apprensione e inquietudine, soprattutto dopo il vostro recente confinamento.

In realtà, superata l’onda amara della sorpresa, io mi sento piuttosto rassicurato e ottimista, carezzato dalla sensazione che la pandemia sia sempre meno una questione di salute pubblica e sicurezza individuale e sempre più un affare di tamponi, quarantene, isolamenti fiduciari, moduli da riempire, tessere sanitarie da esibire, lunghe file con relativi alterchi, regali di Natale fatti ai farmacisti per ungere le ruote.

In molti qui, compreso il Governatore delle Venezie in persona, ripetono che il virus va “raffreddorizzandosi”, orrendo neologismo paragonabile solo al “coventrizzare” coniato dalla propaganda durante la Seconda Guerra Mondiale.

A me pare più appropriato, non solo linguisticamente, affermare piuttosto che il virus va italianizzandosi. Era giunto dalle steppe dell’Est brutale e baldanzoso, come i barbari nel Basso Impero, e come questi ultimi è stato untuosamente circuito da preti e vescovi, senatori, burocrati imperiali, eunuchi, ingozzato di cibo e vino in ville dell’Etruria, indorato ai raggi del sole, condito col salso del mare. Non ha ancora deposto le armi, ci perderebbe in timore reverenziale, cerimonie, rendite e prebende, ma sempre più terrorizza pro forma, in carta bollata, a scadenze di sette e cinque giorni, soggette a interpretazioni elastiche, cavilli, ricorsi, scostamenti di prassi, a discrezione del Comitato Tecnico Scientifico e del TAR del Lazio.

Un saluto con notifica di sospensiva.

Stan

Nel tempo e nello spazio

Mia cara Berenice,

non adirarti con me. È davvero impossibile contenere le risate, al pensiero di tua madre accusata da padre Illich di essere una “serva del Nuovo Ordine Mondiale” per aver ospitato un cocktail pro vaccini.

E no, non è affatto vero che io “prenda l’intera faccenda troppo alla leggera”.

Vedi, nessuna società può funzionare senza mettere in preventivo l’esistenza e la pubblica azione di una consistente aliquota di imbecilli.

Facciamo un esempio concreto. L’Istituto Europeo di Statistica ci informa che la popolazione dell’Italia supera i sessanta milioni di unità.

Ipotizziamo che, di questi residenti, uno su cento sia un perfetto imbecille: una stima estremamente ottimistica, ne converrai con me. Anche così, ci ritroviamo con un esercito di seicentomila effettivi, sufficiente per sbarcare in Normandia o per assediare Leningrado.

Bada bene che ho circoscritto il mio reclutamento allo zoccolo duro di complottisti deliranti, senza includere cittadini più ragionevoli che, in assenza di un obbligo di legge, preferiscono non farsi somministrare un vaccino in regime di autorizzazione emergenziale. A costoro si possono muovere le più consistenti obiezioni, ma nel ristretto ed elitario club degli imbecilli non vanno ammessi.

Fatta questa basilare premessa, la pandemia in corso può evolvere, in Occidente, in due modi: favorevolmente o sfavorevolmente.

Nel primo caso, potremo dire che il nostro sistema liberale, bene o male, avrà tenuto; magari con qualche morto di troppo, magari con qualche caso di covid lungo che si trascina, ma avrà tenuto.

Nel secondo caso, bisognerà inferirne che hanno avuto ragione, in ordine crescente di importanza:

– il mio senso estetico, che mi suggerisce sempre più un’Italia monarchica e centralizzata, imperniata su Governo, Prefetti e Sindaci;

– i miei amici più conservatori, secondo cui va recuperato il principio di autorità e di gerarchia;

– la Cina, che scommette sulla superiorità del suo modello post-confuciano, autoritario e tecnocratico.

Sarà effettivamente un responso interessante, devo ammetterlo perfino io che, da sempre, reagisco con irritazione alle tesi secondo cui il Covid, come il Duce, avrebbe fatto anche cose buone.

Un saluto attendista.

Stan

Ancora sulla fine sociale della pandemia

Mia cara Berenice,

nonostante l’andamento buono, direi addirittura ottimo, della campagna vaccinale italiana, non so dirti se stiamo vedendo la fine sanitaria della pandemia: è giugno e l’ormai conclamata stagionalità del virus interferisce con ogni valutazione. Quindi, come si suol dire, rimandato a settembre.

Per quanto riguarda invece la fine sociale, io ne ho visto i segni nitidi in primavera, al mio ritorno da Bruxelles.

Roma si trovò allora, per un paio di settimane, in zona rossa. Quest’ultima sarebbe, in punto di diritto, un confinamento mascherato. Eppure, per strada, la vita scorreva normale, fatta salva la serrata di alcuni esercizi.

Nessuno si sognava, come nel 2019, di fotografare e segnalare chi uscisse di casa senza motivo. Le file davanti a supermercati e farmacie erano svanite. Al mercato rionale, il carabiniere in congedo si limitava a passeggiare fra le bancarelle, anziché contingentare gli ingressi. Anche al Ministero, l’atmosfera era completamente cambiata: telelavoro molto più circoscritto, caduto il divieto di condividere le stanze.

Evidente anche la differenza nelle riaperture estive. L’anno scorso, Roma aveva reagito atona, esausta, indifferente, desertificata, desiderosa solo di consegnarsi all’assediante, come la Venezia del 1797. Ora, i cinema hanno riaperto i battenti appena è stato consentito, con buon afflusso di pubblico, gli eventi culturali sono ripartiti imperiosamente. Io stesso, riluttante a tornare davanti al grande schermo, sono ormai un frequentatore assiduo.

In questo momento mi trovo sul treno ad alta velocità che mi sta portando nelle Venezie. Fino a poche settimane fa, dagli altoparlanti era un martellare ossessivo sull’obbligo di indossare la mascherina, pena la cacciata immediata dal convoglio. Ora, la voce elettronica annuncia invece che sulle carrozze è stato montato un nuovo sistema di aereazione, per cui la compagnia non è più tenuta ad attenersi al distanziamento sociale nella vendita dei posti.

I costi dei biglietti, tuttavia, non sono affatto diminuiti.

Un perplesso saluto.

Stan

La rivoluzione digitale

Mia cara Berenice,

stamani, in tarda mattinata, ho preso parte a una sessione online che prevedeva, inter alia, la mia identificazione personale.

Un funzionario mi ha chiesto di esibire alla webcam il passaporto aperto. Poiché la piattaforma utilizzata per la videoconferenza mostra le immagini dei partecipanti in riquadri relativamente piccoli, la lettura del mio cognome risultava difficile. Il funzionario se ne è lamentato profusamente, prima di esibirsi nell’equivalente nordeuropeo di un “Per stavolta, passi!”

Ecco cos’è rimasto, dopo due anni di pandemia, dell’annunciata rivoluzione digitale. Abomini come la Zoom fatigue e il mobility manager. La Babele feudale delle mille piattaforme, più spaventosa del capro dai mille cuccioli di Lovecraft. Cloud che non si sincronizzano e sdoppiano i file fino a ubriacarti, come un volgare giocatore di bussolotti a bordo strada.

La rivoluzione non è un ballo di gala. Sarà per quello che finisce quasi sempre male. Quasi sempre. Facci caso.

Un maligno saluto.

Stan

Lettera profumata al gorgonzola

Mia cara Berenice,

certamente, come ha rimarcato il Prof. Locatelli, la pandemia non è ancora terminata, pur essendoci speranze di una conclusione sanitaria e sintomi ormai evidenti di una fine sociale.

Per quanto mi riguarda, uno degli aspetti più prelibati di questo periodo è il non passare giorno senza che siano smentite le rosee profezie e analisi di coloro secondo cui il Covid, come il Duce, aveva fatto anche cose buone. Tale atteggiamento era particolarmente diffuso durante la prima ondata, ossia proprio quando era particolarmente incomprensibile, in uno scenario apocalittico di camion militari carichi di bare, code davanti ai negozi di alimentari e voci angoscianti – per quanto rivelatesi infondate – di assalti ai supermercati nel Mezzogiorno.

Una a una, queste tesi stanno cadendo, come i nazisti ricercati dal Mossad fin negli angoli più riposti del Sudamerica.

Gli effetti verdi/ecologici della pandemia. I dati hanno ormai dimostrato che i confinamenti hanno limitato solo marginalmente le emissioni. Per contro, l’utilizzo massiccio di mascherine e altri articoli usa e getta ha rievocato il demone della plastica. Come se non bastasse, la lotta al virus e le misure per la ripresa economica che ne seguiranno rischiano di far accantonare i provvedimenti contro il cambiamento climatico.

La riscoperta della famiglia: qualcuno pronosticava addirittura un aumento delle nascite. In realtà, stanno aumentando separazioni e divorzi. Quanto alla natalità, essa è ai minimi storici, destando allarmi perfino negli Stati Uniti.

Il telelavoro, in Italia chiamato pomposamente “lavoro agile”. Quest’ultimo non dispiace nemmeno a me e credo sopravvivrà al virus – anche se con larga prevalenza della modalità ibrida -, ma non certo con gli accenti radicali, bucolici e vagamente millenaristici di alcuni suoi sostenitori. I privilegiati che lavoreranno a tempo pieno in un bungalow alle Maldive saranno pochi e, probabilmente, ci sarebbero stati anche senza l’incomodo e i morti della pandemia. Rinascita del Sud e dei piccoli borghi? Vedremo. Per ora, il mercato immobiliare urbano non ha subito il tracollo dei pronostici; anzi, gli Stati Uniti stanno vivendo l’ennesima bolla immobiliare.

Sono acido? Assolutamente sì. Del resto, nella vita esistono cose come il gorgonzola al cucchiaio: amarognole e venate di muffa, eppure tanto goduriose. Perciò, se la tua ultima lettera era profumata a… come dicevi? Con un’essenza biologica di rose e cardamomo? Ebbene, questa odorosa di gorgonzola.

Buon appetito a me.

Stan

Balletto alla Fenice

Mia cara Berenice,

ti scrivo sul treno di ritorno da Venezia, che ho trovato non troppo deserta, tanto da rispolverare almeno piccola parte del suo armamentario di paccottiglia.

Sulla Strada Nuova, un venditore di fazzoletti si affacciava in un bacaro a cantare le lodi della titolare.

“Signora bellissima, come va?”

“Secondo te?!” L’ha gelato, ruvida, l’ostessa, evidentemente insoddisfatta delle riaperture recenti e dell’afflusso. Un po’ come la Becchina di Cecco Angiolieri.

Poco oltre, a cavallo di un ponte, due giovani gondolieri declamavano l’offerta di corse a metà prezzo: “Un affare!”

Mi giro dalla parte opposta, e una ragazza dei gelati mi sorride attraverso la vetrina: “Buongiorno!” Un’altra, poco oltre, tendeva ai passanti assaggini di frutta.

Il culmine di questo bizzarro contrappasso si è toccato all’interno del Fondaco dei Tedeschi, dove già prima della pandemia fiorivano sovrabbondanti le commesse, in uniforme scura e mani conserte in grembo.

Mi sono planate addosso come i piccioni di Piazza San Marco sul becchime, ma con molta maggior grazia. Per mia fortuna, i prezzi ivi praticati mi impedivano in partenza di farle contente tutte: ho acquistato solo un involto di cui è bene tu non sappia il contenuto.

Un lusingato saluto.

Stan

Vacanze romane

Mia cara Berenice,

per quanto la tua sollecitudine mi commuova, non prenotare ancora nulla per la tua discesa in Italia: non perché io tema una seconda Caporetto, ma perché sono scettico sull’andamento epidemiologico estivo.

Le riaperture, infatti, sono state audaci quanto la tua scollatura, quando fai visita al Prorettore Strache. Roma, che l’anno scorso sembrava incapace di scuotersi di dosso il primo confinamento, è un fiorire di cinema aperti. Del resto, l’ultimo Decreto del Governo trova humus fertile in una situazione già estremamente rilassata, in cui la Zona Gialla e Arancione assumevano i connotati più di una serrata – estremamente selettiva – degli esercizi che di un vero confinamento.

Questo a fronte di una circolazione virale estremamente elevata e di una campagna vaccinale faticosamente decollata, ma ancora lontana dallo sganciare le sue bombe sulla capitale nemica. Se sono catastrofista, lo sono in buona compagnia. Se io mi limito a esprimere privatamente le mie perplessità, i Professori Crisanti e Galli lanciano pubblici anatemi.

A queste considerazioni razionali si sommano – come quasi sempre, nella mente umana – suggestioni psicologiche. Troppo evidenti le analogie con i bagordi estivi dell’anno scorso. Stesso improvviso rilassamento delle regole a inizio primavera, stesso tempo uggioso che ha reso più devastante la conflagrazione, quando finalmente è arrivato il caldo.

Sono invece favorevolissimo all’arrivo di turisti angloamericani vaccinati. Gli esperti e le Autorità sanitarie sono sempre più espliciti nel riconoscere la non pericolosità degli immunizzati. Inoltre, questo contribuirà a creare un’atmosfera da anni ’40-’50, con gli zii d’America che invadono Roma ostentando certificati vaccinali, anziché chewing gum e tavolette di cioccolata. Procaci trasteverine li assedieranno sulle loro jeep, per poi – nella riposta quiete di qualche appartamento del Testaccio – succhiare loro il sangue ricco e rosso di anticorpi, come le Spose di Dracula con Jonathan Harker.

Un transilvano saluto.

Stan