Il covo dell’arcicattivo

Mia cara Berenice,

ieri pomeriggio ciondolavo per Trastevere, alla ricerca di un posto tranquillo per leggere “Elegia americana” – altro graditissimo regalo di compleanno su cui tornerò -, in attesa di andare al cinema e poi al mercato di Testaccio.

Un posto tranquillo a Trastevere… detta così, può far sorridere… ma io vengo da anni passati a Venezia, e so che basta svoltare un paio di vicoli per passare dall’affollamento turistico a una quiete quasi surreale.

Detto, fatto. Alle pendici del Gianicolo, mi sono imbattuto perfino in un giardinetto comunale cinto da un muretto. Tre panchine, artisticamente dipinte, mi aspettavano, deserte; su una era stato abbandonato un libro di cucina.

Mi sono accomodato e – permettimi di usare un aborrito linguaggio da esperto di marketing o copywriting – la sensazione di lusso ed esclusività era tale da essere quasi straniante. Era come essere uno di quegli arcicattivi dei film di James Bond, i cui lussuosi covi servono a sottolineare sadicamente l’Apocalisse in cui intendono sprofondare il resto del mondo.

Mi aspettavo che all’unico cancello si affacciassero da un momento all’altro i miei sgherri in uniforme, trascinandosi dietro l’agente 007 con lo smoking strappato dalla violenta colluttazione.

“L’abbiamo trovato nel perimetro esterno. Una buca ha messo fuori uso la sua Aston Martin”.

“Bene, bene, bene. Il signor Bond è un uomo di mondo, ma Roma nel suo profondo è ancora una città di provincia. Posso offrirle qualcosa, signor Bond? Questo liquore viene prodotto da un monastero sui Castelli. Ho chiesto la ricetta ai frati, ma insistevano che era segreta. Così ho dovuto far saltare in aria il convento”.

“Si aspetta di impressionarmi?”

“Oh, no! Dopotutto, voi inglesi avete fatto lo stesso con Montecassino…”

Un saluto di ghiaccio tintinnante.

Stan

L’opera di Ian Fleming

Mia cara Berenice,

ai riti civili e religiosi della quarantena che ti ho descritto nelle mie precedenti e, in particolare, nella missiva del 28 marzo, devo aggiungere la programmazione televisiva, ogni lunedì sera, della saga di Harry Potter.

È curioso che vengano dalle Isole Britanniche due dei principali cicli narrativi di questi anni, “Harry Potter” e “Il signore degli anelli”. Siamo ormai abituati a pensare che la fucina dell’intrattenimento sia Hollywood e, certamente, quest’ultima avrà avuto un peso notevole nel portare l’opera omnia di Tolkien e Rowling sul grande schermo; può darsi che almeno la produzione di Harry Potter sia britannica, ma certamente non c’è successo cinematografico senza il mercato americano… per ora, almeno.

Resta il fatto, comunque, che la Terra di Mezzo e Hogwarts sono usciti da penne inglesi – mi perdonerai se, occasionalmente, utilizzo “inglese” quale sinonimo di “britannico”.

Nulla di strano, dirai tu, il genio può manifestarsi ovunque, non conosce bandiere o confini. Eppure, è difficile non vedere una componente geopolitica o quantomeno di orgoglio nazionale in certi ritorni di fiamma britannici.

Pensa al ciclo di James Bond, uscito dalla penna di Ian Fleming. Proprio negli anni ’50, quando l’Impero Britannico deve guardare in faccia il suo declino, fa il suo ingresso nell’immaginario collettivo un agente segreto invincibile, fascinoso, intriso di Britishness fino al midollo. In buona sostanza, l’equivalente letterario di quello che fu, nel mondo reale, la guerra delle Falklands, in occasione della quale Newsweek titolò “The Empire Strikes Back”.

A una ragazza di sani principi contemporanei come te non posso che consigliare caldamente la lettura dei libri di Mister Fleming (ma perché la Regina non lo fece almeno baronetto?). In quell’acqua limpida, potrai pescare perle scintillanti di politicamente scorretto.

Quando Vesper Lynd viene rapita in “Casino Royale”, Bond, prima di partire lancia in resta al salvataggio, mugugna che le donne dovrebbero occuparsi di faccende domestiche, anziché di spionaggio internazionale.

“Licenza di uccidere” è ambientato nella Giamaica coloniale e il segretario del Governatorato, nel ricevere Bond, deride le velleità di Londra di devolvere più poteri ai giamaicani, “bambini” che “non sarebbero in grado di gestire una linea di autobus”.

Non ricordo in quale dei romanzi, gli omosessuali vengono definiti “finocchi impregnati di profumo”, peraltro non da Bond, ma da un altro funzionario del Servizio Segreto con cui anzi egli sta litigando.

Stai già organizzando una petizione per dare alle fiamme i libri di Fleming e interromperne gli adattamenti cinematografici? Sta bene, ma tientene qualche copia di contrabbando. Ti assicuro che hanno un loro perché, quantomeno dal punto di vista stilistico.

Personalmente, ho sempre trovato molto interessante il contrappasso fra “Casino Royale”, il romanzo d’esordio, e i successivi. “Casino Royale” è asciutto, secco, direi quasi hard boiled. Nei successivi, la narrazione si fa più calma e ragionata, attenta ai dettagli.

Credo peraltro che, in questo, lo stile sia stato influenzato dai contenuti, probabilmente anche sulla base di qualche pressione esercitata dall’editore. “Casino Royale” è una narrazione brutale della Guerra Fredda da parte di chi, come Fleming, aveva effettivamente lavorato e vissuto nell’intelligence. L’avversario di Bond è la SMERSH, un’unità d’élite effettivamente esistita dai servizi segreti sovietici.

Già nel secondo romanzo, “Vivi e lascia morire”, la SMERSH comincia a sfumare sulla sfondo e fanno la loro comparsa certe atmosfere esotiche e leziose, quei supercattivi un po’ pacchiani resi famosi dai film.

Va detto che la SMERSH fa il suo ritorno in grande stile in “A 007, dalla Russia con amore”, dove si consuma il climax dello scontro con Bond. Non è più, però, la lotta brutale consumatasi nella Francia di “Casino Royale”, esemplificata dalla scena della tortura fedelmente riprodotta nel film omonimo con Daniel Craig. L’agguato contro Bond viene pianificato meticolosamente da un Gran Maestro di scacchi russo, si svolge fra Istanbul e le cabine dell’Orient Express con l’ausilio di una bellissima agente russa, appositamente reclutata.

In generale, l’impressione è che si cercasse un prodotto più disimpegnato e, forse, meno provocatorio nei confronti dell’Unione Sovietica. Se io ti chiedessi di indicarmi il nemico storico di Bond, probabilmente, tu non mi citeresti la SMERSH, ma la famosa SPECTRE.

Concludo segnalando una chicca, il romanzo “Un quantum di sicurezza”, contenuto nella raccolta “Solo per i tuoi occhi”, in cui tutto ciò che Bond fa è sentirsi raccontare dal Governatore delle Bahamas la storia di una coppia infelice; non voglio anticiparti altro.

Avete eroi dello spionaggio, in Austria?

Un caro saluto.

Stan