Cuori di ghiaccio

Mia cara Berenice,

decreto ufficialmente oggi, 19 gennaio 2023, primo giorno d’inverno.

Dopo essere stato all’Agenzia per i Fondi Europei e poi al Ministero dell’Educazione Nazionale, ho preso la navetta per tornare a casa. Generalmente ho l’accortezza di farlo all’altezza della stazione dei treni, dove il mezzo si svuota, ma quel giorno ero stanco, avevo letteralmente attraversato Roma a piedi, dai Parioli a Trastevere. Quindi, mi sono accontentato della fermata subito fuori dai cancelli del Ministero.

L’autobus, come quasi sempre, era pieno. Alla fermata successiva, salì una torma di ragazzini. Le porte non si volevano chiudere, così il capobranco risolse la questione come il suo ruolo richiedeva. Individuò il gregario più debole e lo spinse sul marciapiede, invitandolo contestualmente ad andarsene affanculo. Right or wrong, it’s my bus: il mezzo è ripartito.

Fino a quel momento, il cielo era stato soleggiato e mi sentivo vagamente ridicolo con l’ombrello. Ora rannuvolava minacciosamente e, appena ho messo piede a terra, con mio stupore ho visto scendere grosse gocce dal cuore ghiacciato che si scioglieva istantaneamente al contatto con il suolo.

Un lieto fine, insomma.

Stan

Attività da svolgere all’aperto negli inverni pandemici

Mia cara Berenice,

l’inverno pandemico è un paradosso e un ossimoro: il freddo scoraggia le attività all’esterno, il virus quelle all’interno.

Quid ergo? Che fare, dunque?

Nei film americani, si pattina sul ghiaccio.

A Roma, ci si riversa in via del Corso e in via Condotti, sapendo che le Autorità non oseranno chiuderle in tempi di compere natalizie.

In Veneto, le casette di legno dei mercatini sono calate dalle Alpi a guisa di marionette, burattini, ent o scope animate, occupando con flemma imperiosa le piazze delle città e innalzando misteriose macchine d’assedio, rivelatesi poi giostre o ruote panoramiche.

Io e mio padre, per mostrare la nostra dignitosa indifferenza agli invasori, siamo saliti sul vigneto di famiglia, dannunzianamente bardati di ghirlande argentee di gancetti metallici da appendere ai tiranti, a beneficio della manovalanza specializzata che, tra qualche mese e nella giusta fase lunare, provvederà a sfoltire, potare e incurvare i tralci, in modo da esporre i futuri grappoli al sole e alla mano dei vendemmiatori.

Non un’anima in vista, se non la cagnetta fulva che presidia il podere.

Smentendo i funesti pronostici iniziali, la pandemia ha fatto schizzare alle stelle le quotazioni del Prosecco, consentendo a mio padre di racimolare, con quello che lui stesso ha definito “un pugno di filari”, una seconda pensione, pur trattenendo per la lavorazione e il consumo domestici una parte dell’uva.

Del resto, in aggiunta al riconoscimento UNESCO, la supermodella e attrice inglese Cara Delevingne (nomen omen) è scesa dalle sue aristocratiche altezze per lanciare, da una cantina della zona, il suo marchio vitivinicolo.

Ovunque spazi lo sguardo, le colline sono finemente cesellate per far inerpicare i vitigni fino agli angoli più elevati e riposti, senza che ciò sappia in alcun modo di sfruttamento intensivo, ma ricordando anzi la cura delicata con chi si collocano le statuine sul muschio del presepe.

In settembre, file di trattori trainano i rimorchi carichi d’uva in direzione delle cantine commerciali e sociali, su cui vegliano amorosamente il Consorzio di Tutela di Treviso e il Governatorato di Venezia, pronti a difendere la gallina dalle uova d’oro su ogni arena nazionale, europea e internazionale.

All’arrivo dei trattori, enormi pese ponderano i rimorchi pieni e vuoti, in modo da ricavare il peso netto dell’uva riversata nelle pigiatrici, non prima che il tecnico enologo ne abbia preso un campione per determinarne il grado zuccherino – variabile determinante, insieme alla quantità d’uva in rapporto alla quota di produzione assegnata al terreno, per fissare la quotazione e la mercede da pagare all’agricoltore.

Un ebbro saluto.

Stan