Risiko

Mia cara Berenice,

la peine forte et dure che la Gran Bretagna di Re Carlo III rischia di pagare, in termini crudamente territoriali, alla Brexit rischia di far derubricare quest’ultima ad accidente democratico, a colpo di coda di quelli che oggi vengono chiamati boomer ma il Manzoni battezzava, con minore correttezza politica, “vecchi malvissuti”, a escrescenza fiorita tra i tavoli sporchi di birra dei pub, tra il lezzo delle campagne, tra i pixel luridi delle reti sociali.

Per capire quanto sia semplificatorio questo approccio spocchioso, basta leggere l’indice di vivibilità mondiale elaborato per il 2022 dall’Economist, sostanzialmente una classifica delle città più o meno a misura d’uomo. Ebbene, riportando i punteggi su una cartina dell’Europa, vediamo il vecchio continente squarciato da linee molto nette. Risultati altissimi in Mitteleuropa, con capitale nella tua Vienna e propaggini in Scandinavia e Francia. Risultati mediocri nelle Isole Britanniche e nei Paesi del Mediterraneo. Risultati pessimi in tutta l’Europa dell’Est, Grecia compresa: nonostante i Fondi europei generosamente distribuiti proprio in quell’Europa, del resto accolti da vari Governi nazionali con aristocratico sussiego o disprezzo.

Da una parte, l’integrazione è l’unica strada per conservare all’Europa una rilevanza mondiale all’altezza della sua storia. Dall’altra, per quanto molto si sia fatto, dubito si approderà mai ai mitici Stati Uniti d’Europa. Non si è mai visto, nella storia, uno Stato federale con decine di lingue ufficiali diverse; ci sono stati imperi multinazionali, ma erano appunto imperi.

Tanto premesso, la storia sa essere anche imprevedibile.

Attacco l’Islanda con tre Armate.

Stan

Non odiare il lunedì

Mia cara Berenice,

l’altro ieri, 9 maggio, era la Giornata dell’Europa, l’anniversario del raid indipendentista veneto sul Campanile di San Marco e della vittoria sovietica nella Seconda Guerra Mondiale.

Una data molto temuta, perché si paventava qualche terrificante post degli esperti di comunicazione della Commissione, la comparsa dell’ennesimo carro armato artigianale in Veneto o un’apocalittica dichiarazione di guerra del Presidente Putin dalla Piazza Rossa.

Ciò non è avvenuto, facendo sperare in una possibile pace e sottolineando la debolezza della Russia fiaccata dall’invasione, tanto che gli analisti si interrogano sull’annullamento del trasvolo, ufficialmente imputato a cattive condizioni meteo, anche se sui cieli di Mosca splendeva il sole.

A emergere, infine, è stata la debolezza estrema della giustificazioni russe del fallito blitz ucraino, incoerenti e contraddittorie.

Nel suo discorso del 22 febbraio, il Presidente Putin scelse di dare un taglio storico, sostenendo in buona sostanza che le Repubbliche ex sovietiche sarebbero una costruzione artificiosa, un mero accidente, un’aberrazione della propaganda e della politica bolscevica, puntando esplicitamente l’indice contro Lenin – dovrebbe ricordarlo chi, dall’estrema sinistra, sostiene Mosca.

In un successivo discorso del 24 febbraio, notificato ufficialmente al Segretario Generale delle Nazioni Unite dal Rappresentante Permanente russo, si citato presupposti completamente diversi, ossia gli interventi militari occidentali nei Balcani, in Iraq, in Siria e in Libia. Operazioni concluse da tempo. Quella in Libia, poi, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza grazie all’astensione della Russia.

L’altro ieri, nuovo revirement. L’invasione russa dell’Ucraina diventa un attacco preventivo, per prevenire uno analogo occidentale – contro una Potenza nucleare?

Tornando alla Giornata dell’Europa, a Roma la si è festeggiata con un concerto in Campidoglio, che ho potuto comodamente raggiungere dopo il lavoro. Oltre alle varie Autorità europee e nazionali, civili e religiose, erano presenti gli Ambasciatori degli Stati membri e l’Ambasciatore d’Ucraina. Il legato di Francia, Paese che detiene la Presidenza di turno, ha pronunciato un discorso davvero ispiratore. In generale, l’appoggio a Kiev è stato chiaro e netto, senza troppi distinguo che avrebbero violato il precetto evangelico “sit verbum vestrum: est, est; non, non”, per di più alla presenza di un Cardinale Arcivescovo.

L’Azienda Comunale Elettricità e Acque aveva illuminato gli edifici del Campidoglio con i colori dell’Unione.

Un solenne saluto.

Stan

Icaro

Mia cara Berenice,

in data odierna – al netto dei fusi orari – un razzo è decollato dal Catai, con a bordo tre taikonauti che andranno a costituire l’equipaggio della stazione spaziale cinese: ebbene sì, esiste una stazione spaziale cinese.

L’ascesa del Dragone costituisce da tempo un fil rouge della nostra corrispondenza e mi sono perfino improvvisato futurista per evocare, a beneficio delle tue seriche orecchie, il tuono della futura conflagrazione sullo Stretto di Formosa.

Tuttavia, ferma restando la mia convinzione che la Cina operi su tempi più lunghi di quelli occidentali, il fragore dei razzi e il tremore dei cosmodromi non mi impedisce di vederla, in questo momento, più appesantita a terra tra squame spire e sbuffi dalle froge che svettante oltre le nuvole.

Come ti ho già scritto, la repressione a Hong Kong, prima ancora che antidemocratica, è sintomo di banalità e appiattimento. Rinunciare alla formula “un Paese due Sistemi”, concordata con la Gran Bretagna anche in vista della riannessione di Taiwan, una grande occasione perduta: e già le multinazionali abbandonano l’ex colonia, così come i residenti sviscerano i cavilli del vecchio diritto coloniale per ottenere un passaporto con lo stemma di Sua Maestà.

È poi caduto il tabù dell’origine naturale del Nuovo Coronavirus, tanto che i Sette Grandi hanno formalmente chiesto all’Organizzazione Mondiale per la Sanità una nuova indagine.

Quanto all’efficientissimo contenimento cinese, esso mostra sempre di più i suoi limiti non solo in termini di diritti individuali e riservatezza, ma di isolamento nazionale: come ha ironizzato il nostro sinologo ufficioso Alberto Forchielli, “i cinesi sono stati così bravi a fermare il COVID che hanno buttato via la chiave e sono rimasti chiusi dentro”.

I vaccini cinesi scricchiolano paurosamente in Cile, alle Seychelles e in Indonesia. Se a questo aggiungi il clamoroso fallimento del vaccino tedesco e la maledizione che sembra aver colpito il vaccino anglo-svedese, lasciando sulla piazza i soli sieri americani, sembra che l’ordine internazionale abbia meno fretta di cambiare di quanto ci attendessimo, forse per quello che Sallustio chiamava “novarum rerum studium”.

Anche l’ultima riunione dei Sette Grandi, citata poco sopra, ha visto un rilancio à la vieille école dell’Alleanza Atlantica, con l’ulteriore tocco nostalgico della minaccia russa.

Come al solito, l’Italia è intempestiva e disallineata, se è vero che, proprio oggi, l’edizione italiana dell’Huffington Post dedica la prima pagina ai Cinesi d’Italia, illustrissimi sinofili nelle cui fila vengono annoverati il defunto ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi, ma anche ex Presidenti del Consiglio vivissimi e influenti come Romano Prodi e Massimo D’Alema, nonché il discusso fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo.

Speriamo che nessuno abbia l’idea di una guerra parallela per piantare la bandiera italiana sulle Isole Paracelso…

Come l’Ambasciatore di Sua Maestà Britannica alla Corte Qing, ti saluto rispettosamente, ma mi rifiuto di prosternarmi con la fronte a terra.

Stan

Federalismo e sussidiarietà

Mia cara Berenice,

in una mia precedente avevo riflettuto sui rapporti fra città e campagna, ma questi giorni difficili hanno riportato una rinnovata attenzione anche a quelli fra centro e periferia nell’allocazione dei poteri statuali.

Dico “rinnovata” perché – come del resto nel caso della campagna – il tema non è affatto nuovo, almeno in Europa. In Italia, le Regioni sono la pista di un balletto costituzionale che prosegue dalla Prima Repubblica, tra riforme e controriforme. In Spagna, la caduta del franchismo ha riportato in auge antichissime autonomie locali, senza peraltro sopire l’indipendentismo basco e soprattutto catalano. In Belgio, Vallonia e Fiandre sembrano due calamite di polo uguale. La Gran Bretagna viviseziona la Union Jack e si è riscoperta Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

Di federalismo si parlava molto anche alla mia Facoltà di Giurisprudenza, dove peraltro, a causa dell’influenza della dottrina cattolica, si preferiva parlare di sussidiarietà. So che al solo leggere “dottrina cattolica” arriccerai il nasino, eppure proprio gli eventi di questi giorni riscattano quanto mi è stato insegnato in quegli anni.

I teorici della sussidiarietà, infatti, ne distinguono due tipologie, orizzontale e verticale. La seconda è quella più vicina al concetto classico di federalismo e postula l’allocazione del potere decisionale al livello territoriale più vicino possibile al cittadino. Ne è un’estrinsecazione l’articolo 118, I comma della Costituzione italiana: “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”.

La sussidiarietà orizzontale, invece, postula che l’autorità pubblica non avochi a sé funzioni che possono adeguatamente essere svolte dai privati. Essa si fa risalire alla celebre enciclica “Rerum Novarum”, promulgata da Papa Leone XIII nel 1891.

“Grazie tante!” Scatterai tu. “Una bella invenzione dei preti che volevano tenersi le scuole, gli ospedali, il dopolavoro e chissà che altro!” In parte potresti aver ragione, ma personalmente resto convinto che autonomia orizzontale e verticale vadano a braccetto. Vedi quanto è forte la componente individualistica negli Stati Uniti, forse l’unico Paese veramente federale al mondo. La vediamo espressa in forme spesso aliene a noi europei, come la diffidenza verso lo stato sociale, la strenua difesa del II Emendamento o le attuali proteste contro le misure restrittive adottate dopo la pandemia, ma non si può negarne l’esistenza.

Tornando in Europa, come ha inciso la prelodata pandemia?

Direi che abbiamo un rivincita della costituzione materiale su quella formale. In Paesi federali come Gran Bretagna, Spagna e Germania, l’approccio sembra piuttosto centralizzato, mentre la napoleonica Francia vorrebbe articolarlo per Dipartimenti. L’Italia cerca di mantenersi fedele a una tradizione di sostanziale accentramento, ma i Governatori delle Regioni dimostrano un’autonomia vistosa e crescente, forti delle loro competenze in materia sanitaria, e lo stesso Governo di Roma sembra aperto a una transizione verso riaperture differenziate per territorio.

Credo sarà del resto inevitabile, in quanto la situazione sanitaria delle diverse Regioni è estremamente eterogenea.

Un caro saluto.

Stan