Shein

Mia cara Berenice,

tu ti servi solo da sarti inclusi nell’Albo dei Fornitori della Casa Imperiale e, di certo, non conosci Shein.

È una casa di moda cinese, nota perfino a me per il suo marketing sulla Rete, così capillare da risultare inquietante e ricordare i mille volti della Stasi. Bizzarramente, oltretutto, il nome inglese Shein può far pensare a una quinta colonna femminile.

Reclutano qualunque influencer, anche di piccolo cabotaggio. In cambio di vestiti gratuiti, ottengono una videorecensione o un prodotto analogo. Lo styling accorto e i prezzi bassi fanno il resto.

In tal modo, Shein sopravvive a periodiche accuse di dumping, violazione dei diritti dei lavoratori, perfino utilizzo di materiali tossici.

Tutto questo mi ha ispirato il racconto che ti allego.

Stan

SHEIN – LA QUINTA COLONNA

“Insiste che non ha fatto nulla,” ribadì il magistrato, allargando le braccia.

“Cazzate!” Tagliò corto il Commissario della Postale. “Abbiamo esaminato i suoi computer e la sua attività in Rete centimetro per centimetro. Potrei ricostruirle ogni singolo istante della sua giornata”.

“Già, me l’ha detto…”

“Oltretutto, è estremamente abitudinaria per una ragazza così giovane. Alle sette e mezza è già al lavoro. Tra le due e le tre pranza. Ordina online, che lavori da casa o in ufficio. Stesso discorso per la cena, mai prima delle dieci. Dopo cena, sessione di rilassamento…”

“Sessione di rilassamento?”

“Con quella app cinese, ce l’ha anche mia figlia… come si chiama…”

“Cloud”.

“Anche lei ha figlie?”

“No. La uso io”.

“Ah…”

“Funziona benissimo. La provi”.

“Uhm… ci penserò…”

“Ok. Quindi usa Cloud prima di andare a dormire, come me”.

“Prima di violare i server del Ministero, intende dire. Lo faceva di notte. Come io mi alzo a mangiare le patatine”.

“Perché, secondo lei? Di buona famiglia, nessuna affiliazione politica, una brillante carriera davanti nell’informatica”.

“Forse voleva semplicemente dimostrare di saperlo fare: molti pirati informatici sono così”.

“Ma perché mandare tutto ai cinesi, allora? Non la pagavano nemmeno…”

“Questo è il vero mistero”.

“Sicuro che non vi siano sfuggiti quei soldi? Dark Web, criptovalute…?”

“Continueremo a cercare”.

“Sì, per favore”.

Il magistrato congedò il Commissario. Quel caso lo tormentava. Lungo la Nazione si dipanava un filo rosso di strani, inspiegabili crimini di Stato commessi da giovani ragazze. Solo la settimana prima una influencer appena maggiorenne, invitata a un esclusivo party di Milano, aveva aggredito l’amministratore delegato di un’azienda di Stato attiva nel settore aerospaziale e della difesa.

Si sentiva nel cranio i tamburi martellanti dell’ossessione. Rischiava di passare la notte in bianco… per fortuna, c’era Cloud. Si infilò gli auricolari, avviò l’app e chiuse gli occhi. Nel giro di pochi minuti il suo corpo si rilassò completamente, si districò come un nodo, si sciolse sulla poltrona. Un quarto d’ora dopo, era un uomo nuovo, con una luce rasserenata negli occhi.

Si stava preoccupando decisamente troppo. Si era lasciato suggestionare da quei rapporti della Postale, pieni di paroloni in inglese. A ben vedere, non c’erano nemmeno gli estremi per detenere quella povera, graziosa ragazza in attesa di giudizio. Andava scarcerata.

Infausti presagi all’incoronazione

Mia cara Berenice,

l’interminabile e convoluta cerimonia nella Città Proibita si è conclusa, l’Imperatore della Cina, Signore dei Diecimila Anni, è stato intronizzato, ha ricevuto gli omaggi della Corte e dei Governatori e le congratulazioni – invero freddine – del Corpo Diplomatico.

Gli oracoli, però, sono inquieti, le fiamme delle candele tremolano. Al passaggio del corteo imperiale, un ponte si sarebbe tinto di sangue.

L’inelegante e plateale allontanamento del Principe Padre durante la cerimonia ha spezzato il rito e dato scandalo tra cortigiani e eunuchi.

Dagli appartamenti privati trapela la notizia che l’Imperatore sarebbe così terrorizzato e ossessionato dai germi da rifiutarsi di sfiorare mogli e concubine.

A Shanghai e Hong Kong, nelle corporazioni dei mercanti serpeggia la paura, tra le balle di merce e le pergamene impilate. Da lì non si vede armonia tra l’Imperatore e il Cielo, si teme la fuga degli spiriti propizi di prosperità e ricchezza evocati dall’ultimo Grande Imperatore.

I Capi delle Armate, immoti e inquadrati nella piazza d’armi, le lance e i pennacchi al vento, rileggono mentalmente i dispacci pervenuti dagli osservatori militari nelle pianure d’Ucraina. Dello Zar, unico mediatore accettabile tra Occidente e Oriente, hanno copiato non solo le armi, ma anche l’organizzazione e la dottrina. Ora, nelle case dalle lanterne rosse loro riservate, le esili cortigiane gridano e piangono, timorose che il Sovrano spedisca i loro protettori all’assalto delle spiagge di Formosa, protette dal mare e dagli abitanti posseduti dai demoni occidentali.

Un saluto di cartapesta.

Stan

Lo Stretto di Formosa

Mia cara Berenice,

mentre i nostri occhi sono puntati sulle steppe e i campi di grano dell’Ucraina, sullo Stretto di Formosa comincia a prendere forma, a delinearsi nella nebbia di guerra quella che potrebbe essere la futura battaglia per Taiwan.

Niente sbarco cinese in grande stile che rischierebbe di trasformarsi in un carnaio. Piuttosto un blocco aeronavale incruento, giuridicamente nebuloso e favorito dalla geografia. Certo, le incertezze restano molte. Fin dove sarebbero disposti a spingersi gli Stati Uniti per rompere il blocco? E quanto a lungo potrebbe resistere l’opulenta, organizzatissima, ipertecnologica Taiwan?

Due giorni fa, il New York Times ha dedicato all’argomento un articolo di David E. Sanger e Amy Qin, dando voce a numerosi esperti. Il quadro tratteggiato è piuttosto chiaro. La Cina, a seguito del notevole rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione degli ultimi decenni, ha già le capacità militari per sottoporre Taiwan a un blocco totale; viceversa, è molto dubbio che protrarre a lungo un simile assedio sia economicamente sostenibile.

In ultima analisi, e come in tutte le guerre e i conflitti, sarà l’economia ad assegnare la palma del vincitore. Sotto questo profilo, al momento né l’Occidente né il Dragone sono in piena salute. Sulle prospettive a lungo termine di uno scontro, ovviamente, è difficilissimo fare previsioni; sono però possibili, almeno, alcune considerazioni.

  1. Alla radice dell’appoggio piuttosto tiepido della Cina alla Russia nella crisi ucraina, la maggior parte degli osservatori vede proprio la riluttanza di Pechino a subire ulteriori sanzioni economiche, oltre a quelle daziarie applicate dall’Amministrazione Trump e confermate da quella attuale.
  2. Secondo la banca dati OEC, la Cina assorbe il 9,1 per cento delle esportazioni americane, gli Stati Uniti il 16,5 delle esportazioni cinesi; se agli Stati Uniti aggiungiamo alcuni dei loro maggiori alleati, come Giappone, Corea del Sud, Canada, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Italia, Polonia, Spagna e Australia, la percentuale schizza al 43,52 per cento. Certo, i beni a basso costo cinesi sono preziosi per le economie avanzate, ma si possono produrre in molti altri Paesi in via di sviluppo.
  3. L’abilità confuciana del regime autoritario e statalista cinese di gestire con efficienza l’economia sembra mostrare la corda, con lo smantellamento dell’autonomia di Hong Kong, la politica COVID zero, la campagna contro miliardari e grandi imprese, gli scricchiolii sul fronte immobiliare e del debito pubblico.

Un salso saluto.

Stan

Potere morbido

Mia cara Berenice,

oggi era previsto maltempo, con una finestra soleggiata a cavallo del mezzogiorno, e devo dire che gli uomini dell’Aeronautica ci hanno azzeccato perfettamente.

Ho pertanto deciso di recarmi alla Fiera di Roma, dove si tiene in questi giorni il Festival dell’Oriente. Raggiungere la Fiera da casa mia, come ricorderai, è comodissimo. Basta uscire, attraversare il parco, prendere il tram fino alla Stazione di Trastevere e, da lì, un treno regionale per l’aeroporto di Fiumicino, scendendo due fermate prima dello scalo. A quel punto, basta attraversare i binari sul sovrappasso pedonale e ci si ritrova all’Ingresso Nord.

Gli organizzatori non avevano attivato in tempo l’acquisto online dei biglietti, tuttavia gli operatori erano efficienti e la lunga fila è stata rapidamente incanalata all’interno dei tre padiglioni.

La qualità dell’evento non era eccelsa, soprattutto per i parametri romani, ma si applica lo stesso principio su cui poggia la mia fedeltà alla TV in chiaro: a ben setacciare, qualche pagliuzza d’oro si trova.

Ad alzare il livello erano soprattutto alcuni stand cinesi che, pur non dichiarandolo, facevano pensare a un imprimatur del Governo di Pechino: uno, ad esempio, esibiva alcune uniformi storiche dell’Esercito Popolare di Liberazione e delle Guardie Rosse, sotto lo sguardo vigile del Presidente Mao.

Era un unicum, tutto il resto appariva affidato all’iniziativa privata più o meno qualificata.

La sollecitudine del Governo cinese nel presidiare un evento non propriamente strategico non mi ha stupito affatto: Pechino tiene molto al potere morbido, come dimostrato dalla fittissima rete di Istituti Confucio. In Italia, hanno aperto i battenti a Roma, Napoli, Torino, Pisa, Bologna, Venezia, Padova, Milano, Macerata, Firenze, Gorizia ed Enna; in Australia, la proliferazione è tale da aver fatto scattare una commissione parlamentare d’inchiesta.

Cos’è il potere morbido o soft power? La capacità di un Paese di suscitare benevolenza ed esercitare influenza culturale. Per le sue peculiari caratteristiche, il potere morbido è spesso proiettato da attori privati, anziché pubblici: si pensi al soft power detenuto dagli Stati Uniti grazie a Hollywood e alle multinazionali.

Forse proprio per questo, la statalizzata Cina fatica ad accrescere il suo soft power che, nonostante il maggior peso specifico del Paese, non mi pare al momento paragonabile a quello proiettato da Corea del Sud e Giappone. Questi ultimi sono riusciti a ritagliarsi in Occidente vere e proprie sottoculture che, da una parte, non possono essere più considerate di nicchia, dall’altra riescono spesso a suscitare una devozione rasentante il fanatismo.

Le difficoltà cinesi, viceversa, sono certificate da un rapporto del 2021 della Rete dei Centri di Studio Europei sulla Cina, scaricabile dal sito dell’Istituto Francese di Relazioni Internazionali.

Un timido saluto e un risolino.

Stan

False friend

Mia cara Berenice,

ci sono notizie che sembrano buone, ma sono in effetti cattive.

Incontri Elizabeth Hurley in un pub: notizia buona, anzi ottima.

Elizabeth Hurley si rivela essere, in effetti, il Diavolo: notizia cattiva, addirittura pessima.

Il riferimento è, ovviamente, a “Indiavolato” (USA, 2000), rifacimento o remake de “Il mio amico il diavolo” (Gran Bretagna, 1967).

In questi giorni, si dice che la Russia stia ricevendo soccorso da Cina e Iran.

La prima ha fatto atterrare un carico di missili in Serbia, storico alleato ortodosso della Russia nei Balcani.

La seconda starebbe inviando armi direttamente alla Russia, via Iraq e Iran.

Ma sono davvero buone notizie per Mosca?

Innanzitutto, la fornitura cinese sarebbe stata acquistata nel 2019. Soprattutto, prima della guerra in Ucraina l’acquisto di armi cinesi da parte della Serbia sarebbe stato considerato uno smacco per la Russia e, molto probabilmente, lo è ancora.

Per quanto riguarda le forniture iraniane, come si suol dire, peggio che andar di notte. Quando devi chiedere aiuti militari all’Iran stritolato dalle sanzioni, probabilmente è ora di accantonare sogni imperiali e nostalgie zariste. Per giunta, secondo il Messaggero, al fine di mettere in sicurezza le linee di rifornimento in Siria la Russia sarebbe stata costretta a riprendere ivi le operazioni militari contro lo Stato Islamico.

Se c’è una buona notizia per il Cremlino, ecco, è il transito delle armi attraverso l’Iraq. Questo conferma quanto il Paese a maggioranza sciita sia scivolato nella sfera d’influenza iraniana, per effetto della disastrosa e inspiegabile guerra voluta dall’Amministrazione Bush nel 2003. Per aggiungere beffa a danno, quell’operazione militare è stata citata dalla Russia nella lettera ufficiale inviata alle Nazioni Unite per giustificare l’invasione dell’Ucraina.

Terrific!

Stan

Il volo Mosca-Pechino è stato annullato

Mia cara Berenice,

comprendo la preoccupazione del colonnello generale von Hazai per un asse Mosca-Pechino, anche se mi sfugge in che modo rafforzare le guarnigioni in Boemia potrebbe controbilanciarlo.

Personalmente, non sono particolarmente preoccupato, credo che questo matrimonio non si farà o, se si farà, rimarrà bianco, freddo e frigido.

Questa guerra ci ha mostrato l’importanza della storia, posto che la Russia pratica l’espansione territoriale dal tempo degli Zar, con buona pace di chi incolpa la NATO.

Ebbene, l’alleanza sino-russa fu tentata già nel secondo dopoguerra. Le condizioni, sulla carta, erano perfette: oltre alla contiguità geografica, Governi comunisti duri e puri al potere in entrambi i Paesi.

Sappiamo come è andata a finire pochi anni dopo, con la rottura violenta e polemica, il maoismo a fare da concorrente ideologico a livello mondiale al marxismo-leninismo, la visita di Nixon a Pechino del 1972.

Il fatto è che si tratta di due Paesi diversi, diversissimi.

La Russia in continua espansione territoriale, interrotta bruscamente da periodici crolli del fronte interno, dovuti all’economia asfittica e a istituzioni inefficienti.

La Cina superpotenza economica piuttosto che militare, dedita più a consolidare il suo vastissimo, complesso e popoloso impero che a espandersi.

Non è cambiata molto.

Ha un piccolo arsenale nucleare, simile a quelli europei, giusto il necessario per avere la certezza di non essere invasa.

È tornata sulla scena mondiale grazie al boom economico innescato dalle riforme del Presidente Deng.

Resta ossessionata dal controllo interno e dal consolidamento dei confini storici: da qui lo stato di polizia, l’ossessione per Taiwan, la miope repressione a Hong Kong e quella, ancora più surreale e assurda, contro milionari, VIP e influencer.

È sull’aspetto economico, tuttavia, che vorrei tornare a mettere l’accento. Secondo dati dalla sezione di ricerca della banca d’investimento Macquarie, citati da Elena Holodny su Insider, ancora nel ‘700 l’economia cinese era oltre sette volte quella della Gran Britannica, la principale Potenza economica, commerciale e marittima europea. Si noti che, in quel momento, l’Impero Cinese era già in declino, eppura ancora a inizio ‘900 superava in termini economici l’Impero Britannico ed era secondo solo agli Stati Uniti. Il crollo si è arrestato nel secondo dopoguerra, fino all’impennata attuale. Secondo Fortune, la Cina supererà anche gli USA, diventando la prima economia mondiale, entro il 2030.

Insomma, una nazione di bottegai, direbbe Napoleone.

E cos’ha in comune una nazione di bottegai con la Russia? Gli Stati Uniti e l’Europa avranno sempre di più da offrire, in termini commerciali e finanziari. Mi spingo a dire che, se non fosse per l’accidente storico di Taiwan, ci sarebbe lo spazio per una Cordiale Intesa… e forse c’è ancora.

Uno speranzoso saluto.

Stan

Covid zero? Zero

Mia cara Berenice,

prendo le mosse dal tuo esempio danese per tratteggiare un’Europa ormai piuttosto chiaramente orientata alla convivenza con il virus.

Fino a poco tempo fa, questa strategia era in gran parte un eufemismo, un po’ come la “difesa flessibile” della Wehrmacht sul fronte orientale. La stessa Danimarca, come tu ricordi, tentò la revoca definitiva di tutte le restrizioni l’anno scorso e fu costretta a fare marcia indietro. Qualcosa di analogo, aggiungo io, avvenne in Italia nell’estate 2020.

Questo per il passato. Ora, invece, ho fiducia che l’effetto combinato di vaccini, immunità naturale e varianti benigne renda la famosa convivenza qualcosa di più di una vuota parola.

Resistono, a Oriente, bastioni della strategia alternativa “covid zero”, basata su test di massa, tracciamento aggressivo dei contatti e restrizioni dure al primo emergere di un focolaio.

Mi chiedo quanto, ancora, queste ridotte possano reggere all’assalto dello sciame omicron. L’Australia ha gettato la spugna. La Cina sta pagando un prezzo molto pesante in termini di isolamento e di gestione delle Olimpiadi Invernali. La Nuova Zelanda si è trovata in gravissimo imbarazzo con il caso Bellis.

Charlotte Bellis è una giornalista televisiva neozelandese di Al Jazeera, inviata a Kabul da Doha. Ha partecipato alla prima conferenza stampa dei talebani dopo la caduta della capitale, ponendo la domanda: “Cosa farete per proteggere i diritti delle donne e delle ragazze?”

A Kabul vive con il fidanzato belga, fotografo del New York Times. Resta incinta. Non può stare in Qatar, dove le donne gravide non sposate finiscono in cella. Per motivi burocratici, non può accompagnare il fidanzato in Belgio. A causa delle rigidissime restrizioni anticovid, non può tornare in Nuova Zelanda. L’unica strada che le si apre davanti è quella per Kabul e finisce col chiedere garanzie ai talebani. Secondo quanto riportato dalla stessa giornalista in una lettera aperta al Governo di Wellington pubblicata dal New Zealand Herald, il suo intelocutore avrebbe risposto con un sorriso: “Siamo felici per lei, può venire e non ci sarà nessun problema. Dica solo che siete sposati e, se la situazione degenera, ci chiami. Non si preoccupi. Andrà tutto bene”.

“Quando una donna sposata e gravida deve ottenere asilo dai talebani,” conclude prevedibilmente la Bellis, “c’è davvero da preoccuparsi”.

Insomma, le politiche di chiusura hanno spesso risvolti paradossali; per una volta, ne converrà anche la destra, tendenzialmente fredda sulle misure di contenimento sanitarie.

Un divertito saluto.

Stan

Sul caso Peng

Mia cara Berenice,

fai benissimo a scandalizzarti per il caso della tennista Peng, al quale ben si può applicare il brocardo – più anglosassone che continentale – res ipsa loquitur.

Giorno 2 novembre 2021, la Peng sui social media accusa di violenza sessuale Zhang Gaoli, già Primo Vice-Ministro, membro del Politburo.

La Peng scompare nel nulla.

La Peng ricompare dal nulla e ritratta clamorosamente.

Da sempre, il passaggio dalla stolida e brutale repressione dell’opposizione alla ritrattazione pubblica costituisce un salto di qualità dei regimi oppressivi.

Secoli fa, il braccio secolare svolgeva le mansioni esecutive, mentre i tribunali ecclesiastici organizzavano solenni autodafé pubblici.

Nella Mosca di Stalin, gli imputati si battevano il petto in processi accuratamente coreografati, mentre la Germania di Hitler e del Führerprinzip degradava così tanto il diritto che i processi ai congiurati del 20 luglio 1944, celebrati davanti al Tribunale Popolare, non vennero nemmeno trasmessi, tanto erano imbarazzanti. Ebbene, fu l’Unione Sovietica a vincere la guerra e a ispirare “1984” di George Orwell.

Nel capolavoro dello scrittore inglese, Winston Smith e Julia, dopo essere stati arrestati, vengono costretti ad abiurare perfino a livello inconscio e rimessi a piede libero. Passi precedenti dell’opera suggeriscono che, prima o poi, verranno nuovamente fatti sparire e giustiziare, ma l’ultimo capitolo si chiude con entrambi i protagonisti ancora vivi e indisturbati.

L’Impero Cinese, per quanto raffinato, tendenzialmente si limitava all’eliminazione brutale dei suoi nemici. Viceversa, la Cina di Mao elevò le pubbliche abiure e umiliazioni a sistema e a campagna di massa.

Non ero solo, credo, a sperare che, dopo la liquidazione della Banda degli Otto e l’apertura all’economia mista voluta dal Presidente Deng, la Repubblica Popolare Cinese diventasse, se non una democrazia, una tecnocrazia benevola e paternalista, come furono la Repubblica di Venezia, alcune Amministrazioni coloniali e la Chiesa Cattolica.

Purtroppo, le politiche crescentemente adottate dal Presidente Xi a Hong Kong e nel Continente suggeriscono tutt’altro.

Un solidale saluto.

Stan

Crac(co)

Mia cara Berenice,

ieri sera mi sono addormentato guardando l’edizione italiana di Masterchef e ho sognato.

“Jingping! Porta il tuo piatto!”

Si avanza verso i giudici Jingping, la testa bassa.

“Già dalla tua faccia vedo che il piatto fa schifo!”

“Sembra un mattone… una catasta di mattoni. Sai dove servivano queste cose? A New York nel 2011. E sai cosa è successo? È successo che il mercato è morto. Tutti morti: a New York, qui in Europa, in Asia, dappertutto”.

“Jingping, che è successo? Eri andato così bene, fino adesso”.

“Non so, chef”.

“Ragazzi, per tutti! Basta presentare un mapazzone per andare fuori, eh?”

Viene inquadrato, in prima fila, l’impeccabile, telegenico, detestato Emmanuel. Come la regia, anche lui ha afferrato al volo il messaggio: ripensa a Sedan, alle Ardenne. Si asciuga la fronte con il grembiule.

Alla chiamata dei tre peggiori, si ritrova al fianco di Jingping e di Joe, che ha presentato un’orrenda zuppa di carne mediorientale, paragonata dai giudici a una palude.

La regia spara la musica incalzante, pizzica i nervi di concorrenti e spettatori come corde di violino. I giudici, allineati come un plotone di esecuzione o una troika staliniana, incrociano le braccia. Chi dovrà abbandonare la cucina di MasterChef?

Un saluto alla julienne.

Stan

Brevi cenni sulla nuova alleanza militare anglosassone nel Pacifico e sul ruolo dell’Europa

Mia cara Berenice,

perdonami se non condivido la tua indignazione, ma non riesco a trattenere le risate nel figurarmi il vecchio maresciallo von Beck-Rzikowsky che deride la Francia, con tutte quelle medaglie tintinnanti.

Del resto, mia cara, non è successo nulla.

No, non mi riferisco all’abitudine, tipicamente francese, di farsi assestare schiaffoni a tutte le latitudini.

Parlo dell’irrilevanza dell’Europa.

Secondo te, sarebbe dimostrata dalla nuova alleanza militare stipulata da Stato Uniti, Gran Bretagna e Australia in funzione anticinese, dal contratto per la fornitura di sommergibili europei stracciato da Canberra, dal fatto che le relative proteste sono pervenute da Parigi e non da Bruxelles.

Io ti dico che l’irrilevanza dell’Europa è stata ufficializzata e bollinata, oltre mezzo secolo fa, dalla crisi di Suez, di cui fu protagonista proprio quella Gran Bretagna che oggi si illude di salpare lontano da Calais.

Da allora, non è cambiato nulla, semplicemente all’Unione Sovietica si è sostituita la Cina.

Si può avere l’impressione che la situazione sia peggiorata perché durante la Guerra Fredda l’Europa era, almeno, terreno di scontro, mentre oggi le flotte si fronteggiano nel Pacifico e nello Stretto di Formosa; ma è, appunto, in gran parte un’impressione.

Ci sarà una risposta, un colpo di reni? In tutta franchezza, ne dubito. Naturalmente, spero di sbagliarmi. In un mondo civile, i destini del mondo si decidono tra Londra, Parigi, Berlino, Vienna e San Pietroburgo, possibilmente indossando degli enormi parrucconi.

Un incipriato saluto.

Stan