L’auto di città e l’auto di campagna

Mia cara Berenice,

ieri, all’imbrunire, mi sono concesso una passeggiata, al parco e lungo le strade del quartiere. Un itinerario che mi ha riportato alle sere lontane in cui portavo a spasso Belzebù, abbandonandomi a riflessioni raramente allegre sul mio futuro.

Oggi molto è cambiato e percorro quelle stesse vie con il passo alla Tom Mix del cittadino che torna a visitare i luoghi della gioventù… molto è cambiato, ma non tutto. Mentre percorrevo l’ultimo tratto, una manciata di auto mi è sfrecciata sibilando accanto, facendo riemergere un fastidio lontano per quella coltellata prepotente all’aria.

Certo, a Roma c’è molto più traffico di qui – per quanto la Statale 13 tenga alta la bandiera -, ma lì le auto fanno parte dell’arredamento urbano, non sono impastate di spiacevoli ricordi post-adolescenziali e, più banalmente, sono vincolate dal traffico e dal manto stradale a un’andatura più dimessa.

Un abisso in effetti separa – a parità di modello, cilindrata e vernice – l’auto di città e quella di campagna.

Della prima, in certe circostanze, si può fare a meno; della seconda no, se si vuole fare la spesa o comprare il pane. In città si tende a prediligere modelli compatti e poco costosi, più facili da parcheggiare, meno appetibili da rubare. In campagna o in provincia l’auto è un biglietto da visita, con conseguente moltiplicarsi di SUV e berline. In campagna o in provincia, biciclette e scooter sono roba da bambini o da adolescenti, in città no.

A dimostrazione della fondatezza e soprattutto rilevanza di queste tesi, posso citarti un aneddoto. Svariati anni fa, ero appena partito da casa, quando fui fermato per un controllo da una pattuglia di carabinieri. Mentre esaminavano i miei documenti, ci sfrecciò accanto una Ferrari, a velocità così elevata da far quasi volare via i cappelli dei militi. Uno dei due carabinieri fece segno alla macchina di rallentare e urlò: “Piano!” Dubito che il conducente abbia visto il gesto o sentito l’esortazione.

Un savio saluto.

Stan

P.S.: Volutamente non ho citato la polemica sulla pedonalizzazione delle città montata dalla pagina Facebook “Roma fa schifo”. Non mi piace, quella pagina.

Cramento

Mia cara Berenice,

è oltremodo bizzarro che solo stasera, per la prima volta, io veda “Lady Bird” (USA, 2017).

Il film è ambientato a Sacramento, di cui sembra la parte più ricca sia East Sacramento.

Dipinta come di provincia, la città è la capitale dello Stato della California, precedendo così nell’ordine delle precedenze le più blasonate Los Angeles e San Francisco.

In Veneto, “sacramento” è una blanda imprecazione, nonna la usava spessissimo nella versione troncata “cramento”. In famiglia, chi volesse imitarne la parlata volitiva esordiva appunto con “cramento”.

La bizzarra esclamazione era al suo posto, di casa, in quelle campagne che non disdegnano improperi e bestemmie ben più coloriti. Dopotutto, sembra il nome di un complesso attrezzo articolo, noto solo agli iniziati, di quelli che si trovano esposti in certi musei dell’artigianato sui Colli o sulle Prealpi, bozzi annodati di legno che fanno reclinare i colli dei moderni turisti metropolitani.

Qualcuno, più intraprendente, attira discretamente l’attenzione della volontaria locale, laureanda di storia dell’arte nel capoluogo di provincia, indica pudicamente l’oggetto e chiede: “Scusa, quello che a serviva?”

“A raccogliere le lumache dai canali di scolo,” risponde la ragazza a fior di labbra, con l’aria di chi bisbiglia un segreto.

“Oh… ma… che se ne facevano?”

“Be’… le mangiavano… proprio come adesso”.

“Oh… pensavo… sa… che le allevassero… o qualcosa del genere”.

“No, no… forse si confonde con i bachi di seta”.

“Oh…”

“Sui banchi, detti ‘cavalieri’, trova del materiale nella prossima sala”.

Mia nonna li odiava, i cavalieri e le loro maledette foglie di gelso.

Un iroso saluto.

Stan

Vendetta urbana

Vendetta urbana

Giù la durlindana!

Mia cara Berenice,

non si tratta dei versi di qualche cantautore metal con velleità medievaliste, ma di una mia personale ispirazione, al termine di un fine settimana trascorso in teatri, musei, ristoranti, vie, negozi rigurgitanti di umanità varia.

La stampa – aizzata in parte della propria approssimazione, in parte delle associazioni dei commercianti – continua a battere sul tamburo sulla crisi, descrivendo una Roma desertificata dall’ultima ondata del virus. In quelle orrende trasmissioni denominate “talk show”, qualche commentatore particolarmente antigovernativo sostiene addirittura che staremmo rivivendo l’inverno del 2020-2021.

In effetti, non si può negare che, all’inizio brutale delle pandemia, le città abbiano sofferto particolarmente. Roma sembrava completare e circondare Cinecittà con la scenografia di un brutto film di fantascienza post-apocalittico. In campagna – lo constatai facendo visita ai miei nelle Venezie, quando fu possibile – l’impatto psicologico era percettibilmente più sfumato e attenuato. A fare da contorno, un coro greco di soloni che prevedeva migrazioni di massa dagli opprimenti quartieri dormitorio a verdi colline ubertose indorate dal sole.

Ora, alla fine di gennaio 2022, con l’ondata della variante omicron ormai in attenuazione, Roma è ripartita con un vigore estraneo alla sua ordinaria abulia, mentre nelle Venezie – ahimé – fatichiamo enormemente a portare nel nostro cinema non solo qualche sparuto spettatore, ma gli stessi volontari cassieri, maschere, proiezionisti – i baristi sono stati temporaneamente riallocati ad altri settore, stante il divieto di consumare cibi e bevande in sala.

Amara vendetta, come tutte le vendette, di cui auspico la rapida sostituzione con una tranquilla, equilibrata pace.

Un saluto.

Stan

Nella valle

Mia cara Berenice,

sono le ore 16 e 46 del primo gennaio 2022, il nuovo anno è iniziato.

Secondo autorevoli esperti, la pandemia dà segnali di endemizzazione.

Secondo altri esperti, altrettanto autorevoli, la situazione resta drammatica ed edulcorare le norme su quarantene e isolamenti è una follia e un premere il grilletto durante una partita di roulette russa.

Di tutto questo, però, parleremo con più calma.

Io e mio padre siamo tornati sul vigneto, ma uno strano rumore – una percussione ritmica e sorda – lo disturbava nel suo lavoro. Oltre gli alberi, lungo la dorsale della collina, un trattore si trascinava dietro una strana macchina agricola. Non ebbe pace finché non l’ebbe identificata.

“Non è un aratro?”

“No, è più tipo…”

“Un erpice?”

“Esatto, un erpice”.

Mentre rientravamo, un giovane ci aspettava sul colmo di una collinetta. Mi ha salutato garbatamente e ha discusso con mio padre della quarantena sua e del suo genitore, nonché dei prossimi lavori agricoli.

L’Italia tutta sta beneficiando di un’anomala estate di San Silvestro e un sole caldo indorava l’erba stopposa e secca dell’inverno, tanto che non ci eravamo portati dietro le giacche.

“La signora,” pronosticò mio padre, riferendosi alla maestra in pensione che ha preso a pigione il primo piano della nostra vecchia casa, “sarà sicuramente sul terrazzo a prendere il sole”.

Aveva ragione.

Un agreste saluto.

Stan

Sull’ondata di maoismo di ritorno in Cina

Mia cara Berenice,

come ti ho scritto in altre occasioni, in Italia puoi non seguire il calcio, ma il calcio seguirà te. Così io, che ignoro perfino se il Campionato sia ricominciato o no, so che la proprietà cinese dell’Inter è sull’orlo della bancarotta.

Ma come? I cinesi? Gli affaristi scaltriti che controllano tutto, dal Pireo ai negozi sotto casa? I nuovi Paperoni che nuotano nell’oro, mentre l’America è alle prese con la variante Delta e un problema demografico talmente grave da rendere introvabili i lavoratori, anche sottoqualificati?

Qualcosa sta succedendo, oltre la Grande Muraglia. Le prime avvisaglie si erano avute con il furibondo smantellamento dell’ordinamento federale anglosassone di Hong Kong. Ora, il Partito avrebbe lanciato un’energica campagna contro la libera iniziativa privata, l’accumulo di ricchezze, l’ostentazione del lusso, il divismo.

Solo un fuoco di paglia, come le velleitarie campagne moralizzatrici dell’ala conservatrice del Senato romano? Oppure una nuova Rivoluzione Culturale, non meno devastante, ottusa e autolesionista dell’originale?

Esiste una terza, sinistra possibilità. Nel menare questi fendenti inconsulti, il Partito potrebbe essere perfettamente consapevole della loro distruttività e voler gettare sabbia negli ingranaggi dell’economia globalizzata. In altre parole, sarebbero le prime salve di una guerra commerciale finalmente dichiarata all’Occidente, scommettendo su un declino certificato dalla debacle in Afghanistan.

Perché cannoneggiare all’interno dei propri confini, anziché all’esterno? Perché ormai l’economia mondiale è un unicum inscindibile. Entro il proprio territorio, almeno, si può pianificare, eseguire, monitorare, rimodulare con accuratezza.

Solo il tempo potrà rivelarci – forse – quale sia l’oscuro e insondabile volere del Trono del Dragone.

Lunga vita all’Imperatore, Signore dei Diecimila Anni!

Stan

Tesori urbani

Mia cara Berenice,

temo che incontrerai difficoltà insormontabili nel convertirmi all’amore per la campagna.

Non ci sono riusciti mio padre, né una pandemia mondiale.

Tale sentimento bucolico, invero, affligge soprattutto chi è nato e cresciuto in città, mentre io ho passato una meditativa infanzia leopardiana in un paesino di quattrocento anime.

Ecologia, tu dici. Ebbene, in campagna occorre un veicolo anche per comprare il pane. Perfino in una città sgangherata come Roma, io vivo e prospero da anni senza un’auto, un motorino o una bicicletta. Sui monopattini nemmeno mi soffermo, conosci bene i miei sentimenti a riguardo; basti aggiungere che, in Belgio, li chiamano “trottinette”.

Ma perché argomentare, quando posso semplicemente descriverti la mia giornata di oggi? Sono andato in tram fino a Piazza Venezia, sono saltato su un minibus “circolare” per Piazza del Popolo e, da lì, sono salito con M. a Villa Borghese.

Dopo averla riaccompagnata a Flaminio, ho ridisceso a piedi via del Corso, facendo tappa da Venchi per un gelato e a un Carrefour.

Vagando oziosamente per i vicoletti, mi sono imbattuto in una chiesa dai preziosi affreschi e una libreria storica adiacente il Collegio Romano.

Tutto ciò mi richiama alla mente i miei itinerari veneziani.

Quando ancora lavoravo al Governatorato, per la pausa pranzo avevo due itinerari gastronomici alternativi, l’all you can eat e il giro bacari.

Il primo faceva perno su un riposto ristorante, dove, a pranzo, per meno di dieci euro potevi attingere a un buffet comprendente due o tre antipasti, due o tre primi, due o tre secondi, due o tre dolci, frutta e caffè. Il secondo si snodava in varie tappe: paninetti imbottiti; cicchetti fritti; macedonia, dolce o caffè di torrefazione.

Se mi sentivo ispirato, potevo allungare fino a Piazza San Marco o infilarmi in qualche padiglione degli Istituti di Cultura stranieri o della Biennale.

Tu imita pure Maria Antonietta al Petit Trianon.

Un urbano saluto, in entrambi i sensi.

Stan

L’ultimo treno per Roma

Mia cara Berenice,

sono in treno diretto a Roma. Sai che novità, replicherai tu, inarcando le sopracciglia seriche.

Invece no, questo sarà l’ultimo treno per Roma, per molto tempo. Il 24, infatti, ho l’aereo per Bruxelles, dove mi tratterrò almeno fino a fine febbraio.

È difficile non vedere in questo una metafora della crepa che, attraversando i rispettivi cuori, ha separato me e l’Urbe, città che ho amato visceralmente e alla follia per anni – ne sei stata testimone, “Cicerone ossessivo” mi apostrofavi – ma che ora non riesco più a riconoscere, per quanto mi sforzi, se non in effimeri baluginanti bagliori del passato: un piatto di pasta gustato a Trastevere o al Ghetto, qualche installazione estemporanea che non richieda prenotazioni cronometriche o di essere tallonati da un custode investito del potere di fissare la tua tabella di marcia, stanza per stanza.

La cura, quindi, è Bruxelles, da somministrarsi per almeno mesi cinque, con la speranza che la terapia diventi continuativa. Altrimenti, lunghi soggiorni in campagna, come prescrivevano gli ineffabili medici della Belle Epoque: un mese all’Urbe, uno nelle Venezie. Afferrare per la criniera il monstrum del lavoro agile e cavalcarlo, come un novello Perseo.

Un eroico saluto.

Stan

Il ritorno alla campagna

Mia cara Berenice,

qui in Italia, la pandemia sta facendo impennare le vendite de “La peste” di Camus. Qualcun altro consiglia la lettura del “Decameron” di Boccaccio.

Dal canto mio, per puro caso mi ritrovo fra le mani “La luna e i falò” di Cesare Pavese, vero capolavoro ambientato nell’Italia rurale del primissimo dopoguerra.

All’Autore riesce, in una rara alchimia, la sintesi fra attaccamento viscerale alla terra e rassegna puntuale, cruda e spietata, della miseria, dell’arretratezza e delle ingiustizie delle campagne.

Questa bizzarra dicotomia contribuisce forse a spiegare perché, ancora oggi, sia così diffuso il rimpianto di quel mondo iconograficamente bucolico, ma concretamente fatto di rachitismo, pellagra, capifamiglia e fattori dittatoriali, servitù della gleba camuffata da mezzadria, latifondisti e preti rapaci.

Particolarmente fanatico nel difenderne la causa è un altro autore a me molto caro, Giovannino Guareschi, che forse conosci per la trasposizione cinematografica dei suoi romanzi e racconti su don Camillo e Peppone.

Ancora oggi, come dicevo, il ritorno alla campagna è vagheggiato da destra e da sinistra. La prima ci vede filiere corte e nazionali, autosufficienti, virilità e ancoraggio sicuro alla banchina cementizia degli antichi valori. La sinistra meno industria, capitalismo e globalizzazione, più orizzontalità e solidarismo, magari una maggior facilità di integrazione per gli immigrati, più facilmente assorbibili dalla filiera agricola.

Su questa inedita convergenza vanno a innestarsi, naturalmente, l’ambientalismo, l’animalismo, il biodinamico, l’ecologismo e un’intera nebulosa new age dai contorti piuttosto polverosi e indistinti.

La pandemia, infine, ha dato nuovo impulso a tutto ciò, aggiungendovi una comprensibile tinteggiatura millenaristica. Madre Natura è stanca di noi, gli animali sono usciti dagli zoo e ci hanno chiuso in gabbia, la tragedia deve essere l’occasione per un ripensamento radicale del nostro modo di vivere e del nostro modello produttivo, il vero virus siamo noi.

Ora, io un’idea abbastanza precisa su come, nel mondo di Pavese, si sarebbe affrontata la pandemia. Molto semplicemente, si sarebbe lasciato morire mezzo milione di anziani quasi senza battere ciglio. Qualche ordinanza prefettizia e sindacale, carabinieri a cavallo con le mascherine, la colletta di qualche società benefica, magari un potenziamento delle condotte mediche e poco altro. Anche l’attenzione mediatica sarebbe stata non dico nulla, ma decisamente più annacquata.

Tanto premesso, un certo ritorno alla campagna potrebbe pure esserci. La crisi economica, unita alla difficoltà di far arrivare manodopera straniera, potrebbe facilitare il reclutamento di braccianti autoctoni. Potrebbe esserci un rifiorire di imprese agricole, una tendenza rilevata già prima della pandemia. Le filiere potrebbero diventare più corte, ma su questo ho maggiori dubbi, dato che le merci possono circolare liberamente. L’industria e le città, luoghi naturali di assembramento, potrebbero perdere terreno in favore della campagna. Mi aspetto anche un forte impulso all’agriturismo, in grado di consentire vacanze a breve distanza, isolate e rilassanti.

Anche durante le guerre, del resto, la campagna è sempre stata il locus amoenus più vagheggiato: più facile procacciarsi cibo, maggiore lontananza dai bombardamenti, stacco dall’estetica meccanizzata dei conflitti moderni.

Sei dunque pronta ad abbracciare gli agnellini, come Maria Antonietta al Petit Trianon?

Stan