Risiko

Mia cara Berenice,

la peine forte et dure che la Gran Bretagna di Re Carlo III rischia di pagare, in termini crudamente territoriali, alla Brexit rischia di far derubricare quest’ultima ad accidente democratico, a colpo di coda di quelli che oggi vengono chiamati boomer ma il Manzoni battezzava, con minore correttezza politica, “vecchi malvissuti”, a escrescenza fiorita tra i tavoli sporchi di birra dei pub, tra il lezzo delle campagne, tra i pixel luridi delle reti sociali.

Per capire quanto sia semplificatorio questo approccio spocchioso, basta leggere l’indice di vivibilità mondiale elaborato per il 2022 dall’Economist, sostanzialmente una classifica delle città più o meno a misura d’uomo. Ebbene, riportando i punteggi su una cartina dell’Europa, vediamo il vecchio continente squarciato da linee molto nette. Risultati altissimi in Mitteleuropa, con capitale nella tua Vienna e propaggini in Scandinavia e Francia. Risultati mediocri nelle Isole Britanniche e nei Paesi del Mediterraneo. Risultati pessimi in tutta l’Europa dell’Est, Grecia compresa: nonostante i Fondi europei generosamente distribuiti proprio in quell’Europa, del resto accolti da vari Governi nazionali con aristocratico sussiego o disprezzo.

Da una parte, l’integrazione è l’unica strada per conservare all’Europa una rilevanza mondiale all’altezza della sua storia. Dall’altra, per quanto molto si sia fatto, dubito si approderà mai ai mitici Stati Uniti d’Europa. Non si è mai visto, nella storia, uno Stato federale con decine di lingue ufficiali diverse; ci sono stati imperi multinazionali, ma erano appunto imperi.

Tanto premesso, la storia sa essere anche imprevedibile.

Attacco l’Islanda con tre Armate.

Stan

Ai miei tempi…

Mia cara Berenice,

ieri sera ho visto “L’ombra delle spie” (titolo originale “The Courier”, USA-GB, 2020). Il film racconta la storia vera di Oleg Vladirimovic Penkovskij, il colonnello del GRU, i Servizi Segreti militari sovietici, considerato la più importante spia occidentale ai piani alti del Cremlino. Su Penkovskij è palesemente modellato il personaggio del colonnello Mikhail Filitov, che compare nel romanzo “Il Cardinale del Cremlino” di Tom Clancy e, più fuggevolmente, ne “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”, dello stesso autore; da quest’ultimo libro, come certamente avrai indovinato, è tratto il celebre film “Caccia a Ottobre Rosso” (USA, 1990), con Sean Connery e Alec Baldwin.

Ambientata sullo sfondo della crisi dei missili di Cuba, la pellicola si apre su un Nikita Krusciov quasi con la bava alla bocca nel minacciare dell’Occidente: proprio la bellicosa impulsività del Segretario Generale avrebbe indotto il pluridecorato Penkovskij a mettersi al servizio della CIA e dell’MI-6. A prescindere dall’accuratezza e veridicità del ritratto dei vertici sovietici, quelli erano sicuramente tempi in cui si rischiava l’olocausto nucleare ogni giorno.

Quelli, non questi. La NATO, che ha rifiutato all’Ucraina l’istituzione di una zona di non sorvolo, non userà certamente i suoi arsenali per attaccare direttamente la Russia. Quest’ultima, a sua volta, difficilmente premerà il bottone rosso, tanto più alla luce delle misere prestazioni delle sue Forze Armate convenzionali: troppo elevato il rischio che, a fronte di una pioggia di testate nucleari, quelle russe esplodano nei silo. Ordigni tattici? Non sono mai stati usati e non avrebbe senso usarli, in un territorio al confine con la Russia che si intende rivendicare.

Certo, c’è sempre l’imponderabile, l’irrazionale, il caso, l’imprevisto. Da questa prospettiva, però, il pericolo dell’olocausto lo corriamo quotidianamente, potrebbe bastare un errore su un radar o un sistema di rilevamento negli Stati Uniti, in Russia o in Cina, ma anche in Gran Bretagna, Francia, Israele, India, Pakistan, Cina, Corea del Nord. Il rischio esiste finché esistono gli arsenali nucleari.

Disarmo nucleare? Temo segnerebbe il ritorno della guerra convenzionale.

Un metallico saluto.

Stan

Nelle braccia dell’ex

Mia cara Berenice,

sono arrivato a Roma dopo un viaggio trascorso placidamente nella culla delle braccia di Morfeo.

Venivo, del resto, da due settimane piacevolissime, ma decisamente piene. Ieri sera, mio padre mi ha trovato in croce sul letto, circondato di bagagli abbozzati e regali scartati. Mi ha chiesto se non mi sentissi bene, l’ho rassicurato che stavo benissimo.

Oltre a organizzare mentalmente il treno di valigie, dovevo decidere quali regalie portare a Roma e quali lasciare in Veneto, perché troppo voluminose o perché solo ivi spendibili, come un buono omaggio per una camicia su misura, in aggiunta a incombenze varie.

Ieri poi, come già ti ho scritto, l’autunno si è abbattuto sul Nord Italia come una mannaia. È perciò con piacere inaspettato che sono tornato all’ovile del caldo romano, temperato e depurato dalle colate di sudore.

A Termini mi sono stati serviti a prezzo modico degli ottimi spaghetti al pistacchio e gamberetti; ha inoltre aperto i battenti una nuova pasticceria.

La città risulta più pulita e in ordine, probabilmente in vista del prossimo Giubileo e grazie alla riapertura della principale discarica sita in Malagrotta, a lungo paralizzata da un incendio. In via Nazionale, sono state rimosse le impalcature che velavano l’ampia facciata del Palazzo delle Esposizioni.

Arrivato rapidamente a casa, ho fatto un ulteriore sonnellino godendomi il sole dalla finestra aperta. F., durante la mia assenza, ha tirato la casa a lucido e il limone sembra in discreta salute.

Il quartiere è vivo e affollato; Villa Pamphili, dove mi trovo ancora, ancora di più.

Un appagato saluto.

Stan

Autunno-inverno

Mia cara Berenice,

dopo giorni passati a maledire il sole che batteva sui filari, oggi l’autunno è decisamente arrivato: forse addirittura inverno, se si giudica con i parametri romani.

Una violentissima, tragica inondazione ha colpito le Marche, dieci persone avvolte in un sudario d’acqua. Sul Veneziano si è abbattuta una forte grandinata.

Al netto delle polemiche sul dissesto idrogeologico e sulle lacune del sistema di allerta meteo, per molti è il cambiamento climatico che bussa alla porta. Secondo gli esperti, le Marche sono state vittima di un cosiddetto “temporale autorigenerante”, orrida macchina di von Neumann nata, come una Venere deforme, dalle acque marine surriscaldate.

Eppure, non riesco a evitare un irrazionale senso di rassicurazione nel constatare che l’autunno esiste ancora e non dorme, che se l’estate protervamente non lascia libera la casa per le vacanze, il dimesso proprietario, lasciati decorrere cinque giorni lavorativi, invia avvocato, ufficiale giudiziario e carabinieri, facendo proiettare sul selciato la viziata ragazzetta con le ciabatte ancora ai piedi. Senza tanti complimenti, l’appuntato le deposita innanzi i costumi, i copricostume, gli abitini, le paillette, il faretto e il treppiede per i selfie ammiccanti in camera da letto, lo shaker per i cocktail che tanto non sa usare, l’armamentario per il trucco e la parrucca rosa shocking.

Insomma, la ruota delle stagioni, per il momento, gira ancora.

Un sollevato saluto.

Stan

Ultime vendemmie

Mia cara Berenice,

siamo sul criminale di settembre, ultime vendemmie, vendemmie rocambolesche e disperate.

Chi non ha raggiunto la quota assegnata dall’Ispettorato si attacca al cellulare, cerca di strappare a comuni conoscenze i recapiti di chi, secondo la voce pubblica, la quota l’ha ecceduta.

L’ultimo sole dell’estate sfinisce gli operai, le prime piogge dell’autunno bagnano le piante. Mani con guanti da lavoro scrollano i grappoli per far schizzare via qualche goccia.

Arrivano camionette di vendemmiatori indiani, pakistani, bengalesi. “Non parlare con me, capo, parla con Rajul!” Arrivano le Smart giallo canarino delle fidanzate dei “giovani imprenditori agricoli”, molli e delicate come le moeche, i gamberi di fiume tipici del luogo. Scendono in tenuta da palestra rosa shocking, le unghie ricostruite e laccate tastano le poco familiari impugnature delle forbici da giardino.

La notta non ferma né gli uomini né le macchine, le macchine vendemmiatrici simili a veicoli alieni e i trattori che trascinano rimorchi e cisterne verso le cantine private, cooperative o consortili, cantine che sembrano eleganti chalet, discoteche o dischi volanti. Questa fa orario continuato, quella no. Qui si può scaricare solo su appuntamento, lì domani mattina chiudono i cancelli. L’assedio può durare fino all’alba.

Alla pesa e alla tramoggia, gli enologi imberbi palpano i carichi, prelevano campioni per stimare grado zuccherino e acidità. Questa non va bene, è troppo bagnata. Avete superato la quota di un paio di quintali, peccato… l’intero conferimento verrà declassato, concilia?

Uno sfibrato saluto.

Stan

L’auto di città e l’auto di campagna

Mia cara Berenice,

ieri, all’imbrunire, mi sono concesso una passeggiata, al parco e lungo le strade del quartiere. Un itinerario che mi ha riportato alle sere lontane in cui portavo a spasso Belzebù, abbandonandomi a riflessioni raramente allegre sul mio futuro.

Oggi molto è cambiato e percorro quelle stesse vie con il passo alla Tom Mix del cittadino che torna a visitare i luoghi della gioventù… molto è cambiato, ma non tutto. Mentre percorrevo l’ultimo tratto, una manciata di auto mi è sfrecciata sibilando accanto, facendo riemergere un fastidio lontano per quella coltellata prepotente all’aria.

Certo, a Roma c’è molto più traffico di qui – per quanto la Statale 13 tenga alta la bandiera -, ma lì le auto fanno parte dell’arredamento urbano, non sono impastate di spiacevoli ricordi post-adolescenziali e, più banalmente, sono vincolate dal traffico e dal manto stradale a un’andatura più dimessa.

Un abisso in effetti separa – a parità di modello, cilindrata e vernice – l’auto di città e quella di campagna.

Della prima, in certe circostanze, si può fare a meno; della seconda no, se si vuole fare la spesa o comprare il pane. In città si tende a prediligere modelli compatti e poco costosi, più facili da parcheggiare, meno appetibili da rubare. In campagna o in provincia l’auto è un biglietto da visita, con conseguente moltiplicarsi di SUV e berline. In campagna o in provincia, biciclette e scooter sono roba da bambini o da adolescenti, in città no.

A dimostrazione della fondatezza e soprattutto rilevanza di queste tesi, posso citarti un aneddoto. Svariati anni fa, ero appena partito da casa, quando fui fermato per un controllo da una pattuglia di carabinieri. Mentre esaminavano i miei documenti, ci sfrecciò accanto una Ferrari, a velocità così elevata da far quasi volare via i cappelli dei militi. Uno dei due carabinieri fece segno alla macchina di rallentare e urlò: “Piano!” Dubito che il conducente abbia visto il gesto o sentito l’esortazione.

Un savio saluto.

Stan

P.S.: Volutamente non ho citato la polemica sulla pedonalizzazione delle città montata dalla pagina Facebook “Roma fa schifo”. Non mi piace, quella pagina.

God save the King, ‘cause he’s gonna need it

Mia cara Berenice,

del primo discorso di Re Carlo III alla Nazione, dal Salotto Blu di Buckingham Palace, mi ha colpito particolarmente questo passaggio: “Rimangono altresì inalterati il ruolo e i doveri della Monarchia, così come il peculiare rapporto del Sovrano e la particolare responsabilità del medesimo nei confronti della Chiesa d’Inghilterra, quella in cui la mia fede è così profondamente radicata”.

Perché questo riferimento alla Chiesa Anglicana, in un discorso così politicamente corretto e pieno di riferimento al multiculturalismo che, a tratti, sembrava quasi prendere le distanze dalle “convenzioni di tempi passati” in vigore ai tempi dell’ascesa al trono della Regina Elisabetta II, associate addirittura “alle privazioni e agli strascichi della Seconda Guerra Mondiale”?

Carlo III, evidentemente, ha voluto rivolgere al Governo, al Parlamento, alla Chiesa e al popolo un chiaro messaggio rassicurante. Non è un segreto che alcuni lo considerino troppo progressista e troppo attivo su questioni politicamente scottanti. Gli viene attribuita l’intenzione di modificare il titolo di “Defender of the Faith” – per ironia della sorte, concesso al Sovrano britannico dalla Santa Sede – in “Defender of Faith”; azzardando una traduzione, significherebbe passare da “Difensore della fede” a “Difensore delle fedi”. L’opera teatrale “Carlo III”, adattata anche per la BBC, già nel 2014 ritraeva l’attuale Re scatenare una crisi costituzionale con il rifiuto di promulgare una Legge proposta dal Governo e approvata dal Parlamento.

Un altro segnale che Carlo è consapevole di sedere sul trono meno comodamente della madre è la decisione di promuovere immediatamente i popolari Duchi di Cambridge a Principi del Galles, anziché attendere qualche anno come è prassi – contribuendo così anche a esorcizzare il fantasma di Lady Diana Spencer. Sempre lui, secondo la stampa, sarebbe intervenuto per tenere lontana dal capezzale della Regina morente l’impopolare Duchessa del Sussex.

I problemi della Monarchia e della Famiglia Reale in senso stretto vanno poi a intrecciarsi, come è naturale, con quelli della Gran Bretagna.

Innanzitutto la Scozia, in odore di secessione dopo la Brexit.

In caso di dipartita di Edimburgo, la Monarchia potrebbe servire ad attutire lo choc, riesumando l’antica formula secondo cui il Re d’Inghilterra era anche Re di Scozia. Tuttavia, l’effetto domino investirebbe con ogni probabilità anche l’Irlanda del Nord, sulla quale la presa inglese, da sempre tenue, è stata parimenti indebolita dalla Brexit. Non vanno dimenticate poi le Isole Falklands. L’Argentina non ha mai riconosciuto la sovranità britannica sull’arcipelago, ottenendo l’appoggio diplomatico di tutta l’America Latina, e vi si è pubblicamente brindato alla morte della Regina.

Infine, i Reami del Commonwealth, ossia le ex colonie britanniche che ancora riconoscono il monarca britannico come Capo dello Stato, ma sono libere di adottare in ogni momento la forma di Stato repubblicano (o una monarchia autoctona). I primi addii potrebbero esserci nei Caraibi, con la Giamaica e Antigua e Barbuda, ma anche l’Australia ha un movimento repubblicano di un certo peso.

Insomma, Carlo III ha ragione. Come Filippo II di Spagna, arcinemico di Elisabetta I, farebbe bene a recarsi spesso nelle cappelle dei suoi palazzi e pregare.

Un compunto saluto.

Stan

Indizi di un caso mai aperto

Mia cara Berenice,

in Veneto, le sagre sono come l’Associazione Nazionale Alpini: intoccabili, nessuno alzerà mai un dito o emetterà un fiato contro di esse. Fra le altre cose, esse costituiscono l’intelaiatura su cui il Gabinetto del Governatore costruisce i tour elettorali.

Tuttavia, mi sono sempre chiesto quanta concorrenza facciano alla ristorazione commerciale, tenuto conto dei vantaggi enormi di cui godono in termini di avviamento, costi del personale, imposizione fiscale, sconti sulle forniture e – in misura minore – finanziamenti pubblici.

Durante questa lunga permanenza in Veneto, ne ho già visitate due.

La prima mi ha addebitato la somma di due euro e cinquanta per il coperto o servizio. Veniva inoltre presentato come piatto locale, denominato “Bocconcini di pollo alla …”, quello che era in tutto e per tutto un pollo al curry, servito con del riso pilaf.

La seconda è una delle poche a servire prevalentemente pesce. Un menù completo, dall’antipasto al dolce; io ho ordinato capesante e spaghetti alla pescatora. Ho potuto constatare che era tutto di ottima qualità, a eccezione dei dolci industriali. I piatti erano di porcellana e le posate di metallo. A disposizione degli avventori c’era la rete wi-fi. La cassa, ospitata nell’attigua sezione ANA, aveva due postazioni completamente informatizzate, dotate di POS.

Qual è il senso di queste considerazioni? Nessuno, le sagre continueranno a prosperare e io a usufruirne. Del resto, non hanno – almeno teoricamente – scopo di lucro, a differenza di ristoranti e agriturismi. Soprattutto, il fenomeno del Prosecco sembra aver riportato l’economia locale alla frenesia degli anni ’90, per cui nessuno si avventurerà a sindacare l’impatto delle sagre sul settore della ristorazione come invece sta avvenendo in Toscana, dove la stampa registra diverse proteste formali delle associazioni di categoria.

Un saluto senza “c” aspirata.

Stan

Orient Express

Mia cara Berenice,

scusa il mio silenzio di ieri, ero impegnato in una piacevolissima trasferta a Trento.

Della successione al Trono britannico avremo tempo e modo di parlare… dopotutto, Carlo III non sarà longevo come sua madre, ma nemmeno come il recentemente beatificato Pontefice Giovanni Paolo I.

Per il momento, lascia che io torni a quell’ormai celebre treno delle diciassette e zero uno che, venerdì, mi ha estratto da una Venezia paralizzata dallo sciopero del personale ferroviario.

Tenuto conto delle circostanze, la folla sulla banchina non era molta: quasi tutti sono riusciti a sedersi, me compreso.

Alla mia sinistra, oltre il corridoio centrale, c’erano due signori della stessa età, distintissimi; non erano in coppia né viaggiano insieme, si erano conosciuti in quel momento. Lei teneva in grembo un barboncino bianco, lui una portadocumenti in pelle e le spiegava, con precisione e correttezza d’altri tempi, il motivo del caos: “È stato indetto uno sciopero del personale viaggiante delle ferrovie, con un’adesione altissima. A quanto pare, il personale a bordo treno, che ormai ha una rilevante componente femminile, negli ultimi tempi ha subito diverse aggressioni. Pertanto, i sindacati richiedono misure di sicurezza adeguate”.

Veniva il dubbio di avere sbagliato binario e convoglio ed essere saliti non su un Regionale Veloce, ma sull’Orient Express che parte da Venezia in direzione Parigi. Ci mancavano una baronessa alsaziana, un esule russo, un’ereditiera di Boston, un ufficiale degli spahi francese e un funzionario coloniale britannico, intenti a sorseggiare tè e caffè turco, discretamente informati dal capotreno che si sarebbe dovuta effettuare una sosta forzata a Giannina perché, malauguratamente, Herr Körner era stato trovato nella sua cabina del wagon-lit con un coltello conficcato tra le scapole.

Certo, in questo quadro lo sciopero stonava un poco. Con ogni probabilità, la Regia Prefettura avrebbe militarizzato provvisoriamente il personale ferroviario per precettarlo e chiesto al Comando territoriale l’invio dei lancieri di Novara per ripristinare l’ordine.

Un nostalgico saluto.

Stan

Diciassette e zero uno

Mia cara Berenice,

portata a compimento la vendemmia, individuato il ristorante per il pranzo con i parenti e presi i relativi accordi, oggi avevo in calendario la consueta gita a Venezia.

Ebbene, oggi i sindacati confederali e autonomi hanno proclamato uno sciopero del personale ferroviario dalle 9 alle 17. La trasferta non era rinviabile, non ci sarebbe più stata la mia vecchia amica della Direzione Cultura e avevo prenotato a un ristorante stellato a un tiro di sasso dal mio vecchio ufficio: l’annullamento, in assenza del preavviso di ventiquattro ore, avrebbe comportato un (sacrosanto) addebito sulla carta.

Quindi, sono partito all’alba – almeno per i miei standard -, mi sono trattenuto tutta la mattinata a Palazzo Sheriman, ho pranzato e, constatata l’impossibilità di partire, sono andato a zonzo per Rialto, tornando in stazione poco prima delle cinque.

Non ero ottimista, ma, con mio grande sorpresa, sono potuto salire sul Regionale Veloce (RV) per Trieste delle diciassette e zero uno, che fermerà a C. tra meno di un’ora.

Protesta sindacale alla veneta, insomma. Non siamo ancora allo sciopero bianco alla giapponese, ma ci arriveremo.

Se vedemo!

Stan