Il cagnolo e i levrieri

Mia cara Berenice,

oggi, dopo aver pranzato con i colleghi al Ministero, ho deciso di approfittare della bellissima giornata per salire, more solito, sul Gianicolo, attraversare Villa Pamphili e tornare a casa a piedi. Arrivando da quella parte, subito dopo il Casino Algardi si stende un grande prato, spesso utilizzato per le partire di calcio o di cricket. Oggi vi si erano ritrovati, per caso o per calcolo, i proprietari di tre o quattro levrieri che, lasciati liberi di socializzare, correvano pazzamente in cerchio, lasciando di stucco non tanto per la loro velocità, quanto per la loro resistenza: era un vero moto perpetuo.

A un secondo sguardo più attento, si notava che erano inseguiti da un cagnolo minuscolo e peloso, privo di ogni pedigree.; esso li tallonava affannosamente e guaiva, non riuscendo a tenere il loro passo. C’era un che di eroico nel suo persistere, per giunta accompagnando allo sforzo della corsa quello dell’uggiolare; benché staccato di diverse lunghezze, non si lasciava mai seminare del tutto.

A quei levrieri e quel cagnolo ciascuno darà il significato che ritiene più opportuno. L’Italia che insegue le grandi Potenze, l’Unione Europea che insegue gli Stati Uniti d’Europa, io che inseguo l’approvazione di tua madre.

La vita è appunto un continuo inseguire, ahimè. Da poco ha cambiato l’app contapassi sul mio cellulare, essendosi la precedente espansa fino all’incredibile estensione di tre giga e passa. Quella attuale mi ha immediatamente alzato l’obiettivo giornaliero a settemila passi: nessun problema. Constatato che raggiungo questa soglia fin troppo facilmente, l’ha portata ulteriormente a ottomila.

Qual è l’onomatopea di un guaito?

Stan

Il rudere

Mia cara Berenice,

ieri, fuori Orte, abbiamo visto un rudere. Un edificio completamente crollato, tanto che ne era rimasta solo la facciata e scoperti, come costole, i tre antichi piani. Immoto fra l’erba alta, carezzato dalla luce del tramonto, sembrava avere qualche tragica storia di paese da raccontare. Ci siamo avvicinati con precauzione ed era circondato di orme di cinghiale, riconoscibilissime. Sembrava beffarsi delle moderne, borghesi villette che gli erano state innalzate intorno, ridacchiare: “Io vi conoscono, sepolcri imbiancati di paese!”

Quei mattoni nudi, silenziosi e irridenti mi sono rimasti piantati nel cranio; da qui il racconto allegato.

Stan

IL RUDERE

Michele non aveva né la vivacità, né l’abbigliamento dei suoi ventisette anni. Scuro in volto e nel completo giacca e cravatta, stirato così accuratamente dalla madre da rendere ogni piega una lama, osservava disgustato le sue scarpe di vernice nera inzaccherarsi nella fanghiglia della campagna. Detestava quelle ville faraoniche spuntate come funghi in mezzo al nulla, eppure doveva decantarle: perché, quando sei un laureato disoccupato, prima o poi finisci a fare un lavoro a provvigione.

Odiava il proprietario di casa, un informatore medico benissimo avviato. Una multinazionale svizzera l’aveva assunto per la nuova, prestigiosa sede che intendeva aprire nel cuore di Roma, al centro di un triangolo mistico con ai vertici Palazzo Chigi, il Ministero della Salute e l’Agenzia del Farmaco. Gli svizzeri l’avevano ricoperto di soldi e, quindi, il ragazzo d’oro del paesello spiccava il volo e si trasferiva in un attico in zona Campo de’ Fiori. Campo de’ Fiori? Ma davvero? Eh sì, davvero. Si sarebbe portato dietro la bella del paese, un’insopportabile cretina che dai banchi della chiesa arcipretale era approdata a una cattedra di religione cattolica: per ora sotto casa, in prospettiva ed espletate le relative pratiche in Vicariato, in qualche prestigioso liceo del centro. Il tutto nonostante gli abiti provocanti che continuava a ostentare anche dopo il secondo figlio… o forse proprio grazie a quelli, malignava Michele.

La possibile acquirente era, se possibile, ancora peggio. Se l’informatore medico anelava il prestigio pariolino, lei lo sfuggiva. Nonostante gli abiti da figlia dei fiori in cui era infagottata, discendeva da una famiglia della nobiltà nera. Arrotondava la sua generosa rendita mensile dipingendo nuda su OnlyFans e ora poteva permettersi un atelier di lusso a Orte: “sulle orme di Pasolini”, ripeteva. Le aveva fatto visitare vari palazzi del centro storico, ma la tradizionale processione delle Confraternite l’aveva disgustata per qualche motivo. Così, eccoli in mezzo al nulla.

Michele suonò il sofisticato citofono e percepì l’occhio elettronico appuntarglisi addosso, seguito dal ronzio del cancelletto che si apriva. Sulla porta li attendeva una bambina. Michele si chinò e le sorrise: “Ciao! Ci sono papà e mamma?”

“Di sopra!” Echeggiò dall’interno una stentorea voce maschile.

Un’avveniristica scala di legno e vetro si infilava come un coltello nell’atrio, conducendo alla vasta terrazza che era, innegabilmente, il punto saliente della casa. Michele salì i gradini, lasciando che il design morbido e moderno ammorbidisse la cliente, prima di darle il colpo di grazia con il panaroma della campagna, con il sole a calare sul borgo di Orte all’orizzonte. L’informatore medico aveva chiaramente avuto la sua stessa idea e si godeva con un sogghigno soddisfatto la cliente, nonostante l’invariabile espressione sfingea e imbronciata della ragazza.

“Perfetto per dipingere, no?” Esplose, con un tono da cui si intuiva in modo trasparente quanta considerazione avesse della pittura e delle arti in genere.

La pittrice non rispose, limitandosi a rimirare il panorama. Si accigliò trovandolo parzialmente ostruito da un edificio in rovina, franato e sventrato. Michele lo conosceva, era ben noto a chiunque fosse del paese. A Orte, un bambino non era uomo se non andava a giocare tra le ossa di quello scheletro pericolante, nonostante le rampogne dei genitori e del vigile Arduino. Alla fine, l’ignoto proprietario si era spaventato per le possibili grane legali e aveva fatto mettere in sicurezza la struttura con puntelli e qualche iniezione di cemento.

L’informatore medico non si scoraggiò minimamente.

“La storia di quell’edificio le piacerà,” proclamò. “Ci viveva un fattore… sa cos’è un fattore?”

“Un crumiro dei tempi del feudalesimo,” rispose la pittrice, con voce spenta e robotica.

“Be’… più o meno… si innamorò della figlia di certi mezzadri e se la prese in casa come concubina… ma il padrone delle terre era un bigotto, come tutti i nobili del tempo, e gli intimò di cacciarla, ma l’uomo non volle saperlo e se la tenne in casa, insieme alla moglie, ai figli legittimi e ai figli bastardi che le diede lei, capisce? Una domenica, l’arciprete all’omelia tuonò contro quello scandalo. La moglie e i figli, che erano a Messa, tornarono a casa furiosi di essere stati umiliati in quel modo, davanti a tutto il paese… tornarono a casa e ci fu una tremenda lite… nessuno sa cosa sia successo di preciso, ma la casa bruciò fino alle ossa, con tutti dentro. Da allora, è considerata maledetta… non è mai stata ristrutturata, come vede… da giovani, ci portavamo le ragazze di sera, contando sull’effetto arrapamento della paura…”

Gli occhi di Michele saettavano in tutte le direzioni, nel tentativo disperato di fargli cenno di tacere e non far sfumare una vendita che, per quanto aberrante, si portava dietro una sostanziosa provvigione. La pittrice avanzò di un passo, sporgendosi oltre il parapetto in direzione del rudere.

“Cosa sono quelli?” Chiese.

Michele si precipitò al parapetto per tagliare fuori il padrone di casa, ma si afflosciò sulla ringhiera, disperato. La ragazza aveva puntato un’intera famiglia di cinghiali, con i cuccioletti pelosi in fila dietro la madre. Convinto anch’egli che la cittadina schifasse quegli animali, associati nella cronaca alla monnezza romana, perfino l’informatore medico perse il suo smalto e si sistemò i pantaloni infilandovi le dita pingui.

“Deve capire, signorina… qui siamo in campagna…”

“Sono bellissimi,” decretò lei, secca.

Tre giorni dopo, inviò tramite Michele la sua offerta irrevocabile d’acquisto, a stretto giro seguì il preliminare con immissione immediata nel possesso. Infine, si ritrovarono davanti a un notaio di Orte per la stipula del definitivo. Fu una cerimonia tesa. L’informatore medico e sua moglie erano ancora offesi per come lei li aveva sbattuti fuori di casa senza una parola, dopo la consegna delle chiavi. L’uomo poté dare sfogo a tutta la sua rabbia, dato che l’acquirente – non occorre nemmeno dirlo – scomparve immediatamente dopo la firma.

“Dottore!” Abbaiò, rivolgerndosi al notaio. “Mi faccia il favore di registrare l’atto appena possibile e farmelo sapere!” Batté le nocche sul tavolo della sala riunioni. “Appena è registrato, io quella la denuncio”.

“Per cosa?” Si stupì il notaio.

“Ho parlato io con il proprietario del vecchio rudere, e comunque gli atti osceni in luogo pubblico sono perseguibili d’ufficio. Mi sono informato. Il capo della sicurezza di una delle aziende mie clienti era colonnello nei carabinieri”.

“Atti osceni in luogo pubblico?”

“Ma non li legge i giornali, dottore? Quella si filma nel rudere, anche in pieno giorno, mentre imbratta le pareti di vernice, si dipinge tutta nuda, dipinge il pelo ai cinghiali e ci co-pu-la! E dei pervertiti la pagano fior di soldi per mettere questa roba su Internet!”

Il notaio sgranò tanto d’occhi. Se l’avesse saputo, avrebbe trovato una scusa per non fare il rogito, perbacco! Ora tutto il paese se la sarebbe presa con lui!

Succede solo da McDonald’s

Mia cara Berenice,

altro fine settimana, altra scampagnata fuori Roma. Più McDonald’s che a Roma. Inizialmente mi sono chiesto: perché? Poi mi sono ricordato che McDonald’s non è di questo mondo, è qualcosa di mistico e misterioso.

Mi rendo conto che il loro modello commerciale, la loro storia e la loro fortuna si basano proprio sulla normazione rigorosa, ma come è possibile evocare lo stesso mobilio, le stesse procedure e le stesse uniformi ovunque nel mondo? È surreale.

E da cosa deriva quell’irrefrenabile desiderio infantile e adolescenziale di mangiare da McDonald’s? Non ricordo di essere stato bombardato da messaggi subliminali o campagne pubblicitarie particolarmente aggressive. Non sai nemmeno cosa mangerai, da McDonald’s, al di là di una vaga idea di hamburger e patatine. Sai solo che vuoi mangiare da McDonald’s. Pane vaporoso, salse cacofoniche, carne sottile e bruciacchiata, patatine flosce, un’unghia di ketchup. Se le stesse cose le mettesse in tavola tua madre, tu e tuo padre le respingereste con pari sdegno. Devi pure ordinare e pagare da solo ai totem, fare la fila per ritirare il vassoio di plastica in cassa e dare la caccia a un tavolinetto quadrato di finto marmo. Eppure, per fare tutto ciò, tu poppante imboccato, sei disposto a litigare con genitori e insegnanti.

Poi l’età ingrata finisce e al McDonald’s cominci ad andarci solo se sei di fretta o per accontentare tuo nipote. Non ci metti piede ormai da anni, quando ti si para davanti un esponente della generazione di tuo padre o di tuo nonno, l’indice ammonitore puntato: “Voi giovani, ormai, mangiate tutti da McDonald’s!”

Non c’è dubbio. Non è una catena di fast food, ma una setta con l’arcano potere di lacerare il tessuto della realtà.

Un inquieto saluto.

Stan

99 Luftballons

Mia cara Berenice,

in una scena degna della Marvel, gli americani si sono raccolti davanti alla TV per vedere un caccia F-22 abbattere un pallone aerostatico cinese al largo della Costa Orientale. Per Pechino, raccoglieva dati meteorologici ed era stato accidentalmente spinto dal vento in direzione degli Stati Uniti; per Washington, era un pallone spia.

Palloni da osservazione… non se ne vedevano dalla Grande Guerra, quando i cieli erano un intreccio di biplani variopinti pilotati da aristocratici, un vero circo volante da fanciulleschi applausi, a paragone dell’inferno delle trincee.

Anche per questo, forse, mongolfiere e dirigibili ancora ci affascinano, hanno quel delicato sapore retrò e steampunk a cui dobbiamo la loro apparizione in film come “Indiana Jones e l’ultima crociata” (USA, 1989) e “Sucker Punch” (USA, 2011), nonché nella saga videoludica di “Red Alert”, in cui l’Armata Rossa schiera il possente dirigibile corazzato Kirov.

Anche per questo, forse, trovo rassicurante il raffronto fra questo incidente e quello dell’U-2 abbattuto sui cieli sovietici nel 1960: è difficile immaginare una guerra nucleare scatenata da un pallone aerostatico. Non a caso, la celebre canzone “99 Luftballons” dei Nena, per deridere la paranoia della burocrazia militare della Guerra Fredda, mostra appunto dei caccia scagliati nel cielo per abbattere dei palloncini.

È come se, in qualche modo, il primo sconfinamento aereo della Cina riflettesse la storia di un Paese privo – a differenza della Russia – di una storia di espansionismo. Come le altre Potenze asiatiche, la Cina ha piuttosto la tendenza a ripiegarsi su se stessa e isolarsi, in nome di una presunta superiorità culturale. Pechino è sempre stata molto attiva nel ripristinare i suoi confini storici, ma lo ha sempre fatto con mezzi pacifici, rifiutando perfino la prima offerta di restituzione di Macao da parte del Portogallo, ritenuta prematura. Non interferisce in modo particolare negli affari di antichi Stati vassalli dell’Impero, come il Vietnam, le Coree o il Giappone. Su Taiwan, tutto sommato, non ha avuto politiche estremiste, sparando più carte bollate che proiettili. L’unica eccezione è la brutale annessione del Tibet, ma si tratta, appunto, di un’eccezione, connotata da moltissime circostanze peculiari. Il Tibet stesso aveva mantenuto una grande ambiguità sulla sua nominale soggezione alla sovranità cinese. Era una teocrazia medievale – per quanto romantica -, arretrata e assolutamente incapace di difendersi. Soprattutto, quella non era la vera Cina, ma la Cina maoista, una parantesi in cui si tentò di estirpare, con violenza disperata e inutile, la millenaria cultura confuciana del Paese.

Insomma, tutto sommato si può sorridere immaginando le più sofisticate navi della Marina degli Stati Uniti scandagliare l’Atlantico, alla ricerca spasmodica di frammenti del pallone disintegrato da spedire nei laboratori militari e del Ministero della Sicurezza Interna.

Un clownesco saluto.

Stan

Le porte girevoli della danza

Mia cara Berenice,

oggi, sull’autobus, il cellulare di un passeggero ha cominciato a trillare di una suoneria particolarmente melodica. Una giovanissima studentessa si è messa a danzare dolcemente e discretamente, tenendo il tempo con la testa e le spalle sotto lo spesso cappotto invernale.

La funzione liberatoria della danza che si perde nella notte dei tempi, nei misteri e nelle orge dell’Antica Grecia, protagonista della scena finale di “Jojo Rabbit” (Nuova Zelanda-USA-Cechia, 2019), in cui l’ebrea tedesca poco più che bambina celebra la fine della guerra e della cattività nell’intercapedine della casa di una vedova caritatevole.

La danza sovversiva, con le movenze rock osteggiate negli Stati Uniti e vietate nel Patto di Varsavia. Pochi mesi fa, come ti scrissi, il nuovo Governo italiano ha trovato il tempo per un Decreto d’emergenza contro i rave che, nella sua versione definitiva, vieta la “invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, commessa da un numero di persone superiore a
cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno, quando dallo stesso può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”; durante l’esame alla Commissione Giustizia del Senato era stato peraltro proposto di limitare il divieto ai soli “raduni musicali”.

Eppure, bizzarramente, proprio la danza può diventare la più dura delle prigioni, come attesta la rigidissima disciplina fisica e mentale a cui sono sottoposti i ballerini. Proprio in questo periodo, la nazionale italiana di ginnastica ritmica, le cui pluripremiate atlete erano note fino a poco fa come “Farfalle”, è investita da uno scandalo per i metodi troppo duri di alcune allenatrici. A livello cinematografico, il pensiero va a “Il cigno nero” (USA, 2010) o a “Tonya” (USA, 2017)… ed è un caso che sia ambientato proprio in una macabra scuola di danza il celebre “Suspiria” (Italia, 1977)? Anche la protagonista di “Red Sparrow” (USA, 2018) è una ballerina del Bolshoi, prima di essere sottoposta dai Servizi Segreti russi a ben più dure corvée di sesso e sangue.

Che dire, infine, della danza di Mercoledì Addams nell’omonima serie televisiva, che ci rinchiude e assedia da ogni lato, persecutoria e rapace come il più arcigno carceriere assiso al centro del panopticon?

Insomma, il palco della danza è un po’ il parlatorio di un carcere: chi entra, chi esce.

Un saluto senza contatto fisico.

Stan

Piaceri e metamorfosi del gentiluomo contemporaneo

Mia cara Berenice,

capita sovente al gentiluomo contemporaneo, negli interludi del fine settimana o di lavoro agile, di regredire a uno stato quasi ferino, come chi è affetto da licantropia sotto l’effetto della luna piena. L’abbigliamento dominante diventa la tuta, quasi a sottolineare il contrasto stridente con la calcificazione sul divano. La capigliatura si fa leonina e arruffata, lasciando come unica speranza lo spacciarla come indice di genio scientifico e algebrico. La peluria sul mento si allunga.

Eppure, è proprio in questi frangenti che emerge il sangue blu o, in mancanza, la solida e severa educazione ricevuta.

Proprio quando si affaccia sull’abisso della più completa abiezione, il gentiluomo trova un rinnovato piacere nel radersi “a culo di donna”, come urlavano i marescialli istruttori del Regio Esercito, e nel domare a colpi di spazzola la capigliatura selvaggia, così come si è ricavata una fiorente agricoltura nella Rodesia del Sud. Il leggero bruciore della pelle del viso diventa un’aura lieve di santità e la ricomposizione dei capelli un domare la forma e la materia simile a quello dello scultore o dell’architetto. Per conferire un tocco di distinzione alla tuta, poi, basta abbassare la cerniera ed esibire alla vista la maglietta originale dell’Università di Cambridge, marchio albionico spendibile ovunque come la sterlina d’oro. Un’energica passata di spazzolino e dentifricio artigianale francese sulla bocca impastata di saliva sonnolenta completerà l’opera e il gentiluomo sarà pronto a inginocchiarsi davanti al Re in persona per ricevere un cavalierato o un cordone.

Quanto alle pantofole, di essere non ci si dovrà vergognare, troppo a lungo sono state orgogliosamente indossate dai Pontefici e ricettrici di casti e devoti baci di Cardinali e Principi. Usi superati? In nessun modo. Non più tardi dell’anno scorso, la ditta piemontese De Fonseca ha fatto omaggio al Pontefice regnante di un paio di pantofole di foggia friulana bianche realizzate a mano con lo stemma papale. Contrariamente a quanto talvolta si ritiene, infatti, scarpe e pantofole pontificie non sono sempre e necessariamente rosse.

Un compito saluto.

Stan

L’impero talebano

Mia cara Berenice,

ai tempi dell’Impero Britannico, gli inglesi la chiamavano Frontiera di Nord-Ovest, una sorta di terra di nessuno tra l’Afghanistan e l’attuale Pakistan. Le montagne e la struttura tribale della regione rendevano la guerriglia indomabile. L’unico modo di contenerla sarebbe stato controllare anche il lato afghano, ma i ripetuti tentativi in tal senso si risolsero in disastri militari.

Il Pakistan, probabilmente grazie alla maggior contiguità culturale e religiosa, riuscì, se non a invadere l’Afghanistan, a stringere con esso legami strettissimi, tanto che qualcuno si spinge fino a considerare Kabul un fantoccio di Islamabad.

Non a caso, durante l’occupazione sovietica, gli Stati Uniti e la NATO si servirono della decisiva intermediazione pakistana per far affluire ai mujahidin armi e aiuti.

Non a caso, quando dopo l’11 settembre 2001 il terrore dell’ira americana indusse il Pakistan a scaricare temporaneamente il Governo di Kabul, il regime talebano si sciolse come neve al sole.

Non a caso, quando i rapporti tra talebani e sponsor pakistani furono ripristinati (come dimostra l’ultimo rifugio di Osama bin Laden in Pakistan e la segretezza del raid americano per abbatterlo), il contingente militare internazionale finì col ritirarsi senza aver piegato la guerriglia talebana e il Governo filoccidentale si sgretolò come un castello di carte.

Da tempo mi chiedo per quanto tempo il pericoloso e ambiguo gioco pakistano potrà andare avanti. Credevo che, prima o poi, ci sarebbe stata una dura reazione americana o cinese, invece è accaduto qualcosa di diverso. Il sanguinoso attentato suicida contro una centrale di polizia pakistana a Peshawar ha acceso un faro sull’esistenza della costola pakistana dei talebani, denominata Tehrik-i-Taliban Pakistan.

In gioco, per Islamabad, c’è non solo il controllo della storica frontiera, ma quello, altrettanto precario, dell’estremismo islamico profondamente radicato e ramificato nel Paese, finora faticosamente mantenuto in endemia dai Governi militari – di cui per questo, probabilmente, Washington finge di non vedere le relazioni pericolose con il fanatismo.

Di certo, l’equilibrio nella Terra dei Puri diventa sempre più instabile… e il Pakistan possiede un arsenale nucleare.

Boom!

Stan

“Ora è autonomo!”

Mia cara Berenice,

in una scena del bellissimo film “Le conseguenze dell’amore” (Italia, 2004) di Paolo Sorrentino, un esponente della criminalità organizzata viene freddato in auto. “Da tempo cercava una sua autonomia,” commenta ironico uno dei luogotenenti. “Ora è autonomo!”

Analogo bacio della morte sembra essere l’autonomia cosiddetta “differenziata” che il Governo si appresterebbe a concedere alle Regioni a Statuto Ordinario, almeno stando alla bozza di Disegno di Legge pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

Dal punto di vista sostanziale, l’articolo 116 della Costituzione lascia in partenza pochi spazi di manovra. Non è colpa del Governo, dirai tu… ma lo stesso Governo vorrebbe riformare la Costituzione in senso presidenziale, per cui tanto valeva provvedere in quella sede.

In ogni caso, dal punto di vista procedurale sembra profilarsi un vero e proprio gioco dell’oca.

La Regione interessata delibera l'”atto di iniziativa”.

Il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie avvia il negoziato.

Lo “schema di intesa preliminare” deve essere approvato dal Consiglio dei Ministri in un’apposita riunione a cui viene invitato anche il Governatore della Regione.

Una volta approvato, viene trasmesso alla Conferenza Unificata e alle Camere che procedono all’esame, di nuovo sentendo il Governatore.

A quel punto, il Governo predispone lo “schema di intesa definitivo” e lo trasmette alla Regione per l’approvazione, presumibilmente da parte del Consiglio Regionale; segue nuova approvazione da parte del Consiglio dei Ministri che delibera anche un Disegno di Legge di approvazione dell’intesa.

Il DDL, naturalmente, deve essere a sua volta approvato dalle Camere, che restano padrone di respingerlo o emendarlo. Non è chiaro cosa avvenga in caso di modifiche: l’intesa alla base dell’iter resta valida o l’iter stesso si interrompe per mancanza dei presupposti?

In ogni caso, l’intesa è a tempo determinato e non può durare più di dieci anni, anche se è previsto il tacito rinnovo. In ogni caso, non può essere concretamente attuata nelle materie per cui sono previsti Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) fino alla fissazione dei LEP stessi. Ora, è presumibile che l’ambito di queste materie sia estremamente ampio ed è notorio che la fissazione dei LEP si trascina da anni senza pervenire a risultati concreti.

Posso sbagliarmi, ma credo sarebbe stato più semplice e schietto ripristinare il sistema prefettizio napoleonico e sabaudo.

Un saluto vecchio stampo.

Stan

Sold out

Mia cara Berenice,

quando il nostro cinema parrocchiale, su in Veneto, stentava a ripartire, per incoraggiare i colleghi del Consiglio Direttivo inviavo loro le foto dei teatri e dei cinema pieni a Roma. Quello che ora è in città, dicevo loro, arriverà anche in provincia. La bolla romana, la chiamavo.

Svaporata la pandemia, ho perso l’abitudine di acquistare i biglietti online, modalità che oltretutto spesso comporta l’applicazione di un sovrapprezzo. Bene, è il secondo fine settimana di fila che rischio di non vedere il film per aver trovato il tutto esaurito.

La settimana scorsa, mi sono spostato in fretta e furia da Trastevere a Campo de’ Fiori, dove il bigliettaio è riuscito a infilarmi in una delle prime file. Ieri, tutto sembrava perduto, quando sue simpatiche ragazze mi si sono accostate per offrirmi il biglietto di una loro amica perfuga.

Non so dirti fin dove si estendano gli iridescenti confini di questa bolla, probabilmente sono circoscritti al centro. Pure, essa dà speranza.

Un lieve saluto.

Stan

Gli anni ’90

Mia cara Berenice,

permettimi di tornare a “Clerks – Commessi” (USA, 1994), film a bassissimo budget diventato di culto che sono riuscito a vedere qualche sera fa, nonostante il tutto esaurito, grazie alla gentilezza di due ragazze.

Il film è girato in bianco e nero, semplicemente perché la pellicola a colori costava troppo. Narra l’epica storia di Dante e Randal, commessi rispettivamente in un alimentari e in una videoteca nella più sperduta provincia americana. Dante si deprime e si strugge pensando alla sua ex, mentre Randal cavalca l’insensatezza della vita come un surfista preadolescenziale. Non a caso, a fungere da minimale coro greco sono due spacciatori, Jay e Silent Bob.

Nonostante l’atteggiamento un poco più dimesso di Dante, tutti i personaggi sembrano pervasi da una vitalità e un vigore quasi fisico, un’energia orgiastica e sessuale. Randal è una perenne fucina di iniziative, per quanto pessime, Jay e Silent Bob allegramente spacciano e pianificano avventure libidinose non proprio romantiche, anche i due importanti personaggi femminili sono assertivi e sessualmente attivi. Inevitabilmente, questo andazzo coinvolge, influenza e trascina anche Randal. Il finale è un sostanziale happy ending, da cui si evince che Dante potrebbe tranquillamente cambiare vita tornando all’università, mentre a Randal, semplicemente, piace così, almeno per ora.

Se paragoniamo queste atmosfere che volevano essere dark e dissacranti con quelle odierne, è evidente il maggiore brio degli anni ’90 rispetto al nuovo millennio. Questo, del resto, collima con i miei personali ricordi. Negli anni ’90, almeno nel Nord Est, pareva che tutto fosse possibile. Erano gli anni in cui venivo lodato per essermi iscritto al Liceo Classico: “Male che vada, se non hai voglia poi di andare all’università, ti prenderanno subito in banca”.

È incredibile come, nel breve lasso di tempo dei miei studi universitari, le cose siano cambiate. La bolla immobiliare è scoppiata, i faraonici progetti urbani si sono impantanati, fabbriche storiche hanno chiuso i battenti. Ora, il nuovo boom del Prosecco sta riportando qualche refolo di quella vecchia aria.

Bollicine.

Stan