Dei banchi dei pegni e monti di pietà

Mia cara Berenice,

ieri sera, sul secondo canale della TV di Stato, davano “Le ultime cose” (Italia-Francia-Svizzera, 2016), una pellicola che ci ricorda come, seppure assediati dai più banali “Compro oro”, esistano ancora i banchi dei pegni.

Il film, anzi, fornisce un quadro esaustivo del loro funzionamento. Ci si presenta agli sportelli con un oggetto. L’operatore, stimato l’articolo, consegna al portatore una somma di denaro in prestito e un documento detto “bolletta”. Il portatore o intestatario della bolletta ha tre mesi, prorogabili, per riscattare l’oggetto restituendo il prestito maggiorato di interessi. Altrimenti, l’articolo viene battuto all’asta dal banco.

Intorno all’esercizio gravita un sottobosco di personaggi che acquistano le bollette, in modo da potersi impadronire dell’oggetto dato in pegno a un prezzo molto inferiore a quello di mercato.

La gestione dei banchi dei pegni era, un tempo, prerogativa esclusiva degli ebrei, a cui non si applicava ratione personae la norma di diritto canonico che vietava i prestiti a interesse. Nel Ghetto di Venezia è ancora visibile lo storico Banco Rosso.

Per questa attività finanziaria, gli ebrei erano tacciati di usura. In realtà, i banchi dei pegni tenevano a galla le classi basse e, in ogni caso, agli ebrei erano interdette quasi tutte le professioni.

I più conservatori premevano comunque sulle Autorità perché i banchi dei pegni venissero chiusi. Ottenevano ascolto solo raramente e temporaneamente, perciò talvolta aprivano esercizi analoghi, ma conformi al diritto canonico, perché sovvenzionati: i monti di pietà, convertiti ope legis in Opere Pie nel 1862.

Un compunto saluto.

Stan

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