Walking Dead all’amatriciana

Mia cara Berenice,

la mia abdicazione sub specie di attivazione di un abbonamento Amazon Prime ti ha eccessivamente imbaldanzita, non c’è bisogno di sciorinarmi un intero catalogo di serie da vedere e di ulteriori piattaforme da cui farmi spennare.

Ho cominciato “The Office”, questo è vero… ma, come sai, cominciare non equivale a finire, soprattutto quando ci siamo di mezzo noi uomini.

Ricordo distintamente, ad esempio, di aver visto il primo episodio di “The Walking Dead”, e solo quello. Mi colpì negativamente il banale espediente narrativo del poliziotto finito in coma e risvegliatosi tempo dopo in piena apocalisse zombie.

Ci ripensavo giusto ieri sera, in Piazza dei Cinquecento, su un autobus pieno, con la significativa eccezione della cabina dell’autista che non si faceva vedere. Ambientata a Roma, la prima puntata di “The Walking Dead” si svolgerebbe pressappoco così. Il protagonista, un turista americano, esce da Termini e sale sull’autobus che lo porterà al suo albergo, il 64 in direzione Vaticano.

Appena messo piede a bordo, viene inghiottito da una distorsione temporale in cui si succedono l’interminabile attesa dell’autista, l’inutile tentativo di ottenere informazioni e poi sampietrini, colpi di clacson, guizzare di monopattini argentei e semafori.

Quando finalmente scende, trascinandosi dietro il trolley, nota i passanti comportarsi in modo strano. Camminano in modo lento, scomposto e oscillante, le braccia e le dita tese avanti a loro come ad abbrancare qualcosa, lo sguardo vitreo e la bava alla bocca, sibilando senza soluzione di continuità: “Signoraggio… Bilderberg… Illuminati… Nuovo Ordine Mondiale… transumanesimo… Big Pharma… siero sperimentale… Battaglione Azov… Putin!”

Per fortuna, il nostro yankee fa il Vice-Sceriffo nella Contea di Calhoun, Alabama; è venuto in visita a una nipote che studia alla John Cabot. Strappa la pistola a un cadavere della Polizia Municipale e comincia a farsi strada lungo il fiume, verso Trastevere.

Un ispirato saluto.

Stan

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