La maledizione del cinema muto

Mia cara Berenice,

ieri sera, all’inossidabile Nuovo Sacher, è stato proiettato “ITALIA. Il fuoco, la cenere” (Francia-Italia, 2021), un documentario sugli splendori e il declino del cinema muto italiano, con la voce narrante di Isabella Rossellini nella versione italiana e Fanny Ardant nella versione francese.

Il cinema muto, Berenice… la nostalgia che ispira è praticamente un topos cinematografico, metacinema. In “Viale del tramonto” (USA, 1950), l’ex diva esclama, sprezzante: “Noi non avevamo i dialoghi! A noi bastavano le facce!” Più recentemente abbiamo avuto l’ottimo “The Artist” (Francia-Belgio-USA, 2011).

Eppure, quale sottile inquietudine si legge in filigrana in quelle immagini sgranate… come se quel senso di precarietà non derivasse dalla consapevolezza a posteriori dell’avvento del sonoro, ma da una pregressa, immanente maledizione. Non casualmente, adotta per molti versi l’estetica di un film muto il video maledetto di “The Ring” (USA, 2002) – confesso di non aver visto l’originale giapponese del 1998.

“ITALIA. Il fuoco, la cenere” narra tra le altre cose di Lyda Borrelli, la diva del muto che sconvolse tanto gli animi da muovere la penna di Antonio Gramsci a considerazioni sulla sessualità e il femminile. Quando l’attrice sposò il Conte Vittorio Cini, il nobiluomo e industriale acquistò tutte le pellicole in cui era comparsa la moglie per ritirarle dal mercato. Secondo la leggenda, le buttò a mare: una storia da Barbablù.

Nel 1943, quando Roma venne occupata dal Reich, le pellicole del muto conservate alla Scuola Nazionale di Cinema finirono su un treno militare tedesco e da lì in un magazzino dove, dimenticate e abbandonate, vennero distrutte da un incendio: l’ultimo, involontario rogo nazista, dopo quelli dei libri.

Acqua salsa e fuoco, per purificare e distruggere la celluloide maledetta.

Un suggestionato saluto.

Stan

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