Una vecchia coppia

Mia cara Berenice,

perdona il mio silenzio, sono sommerso dalle traduzioni e dagli adempimenti connessi al passaggio di consegne, in vista del mio transito dai ruoli del Ministero a quelli dell’Ufficio del Primo Ministro.

Nel tentativo di farmi perdonare, ti invio questo racconto, ispiratomi dalla battuta di un film udita sommessamente in sottofondo, nel dormiveglia.

Un saluto.

Stan

UNA VECCHIA COPPIA

Non faceva che chiedere scusa per il suo pessimo spagnolo. Era un alsaziano, spedizioniere a Marsiglia, inviato in Sud America da una macelleria industriale dell’Auvergne per una ricognizione delle razze e delle tecniche di allevamento, notoriamente eccellenti da quelle parti.

Qualche latifondista, paventando l’emergere di una concorrenza francese, andò a sussurrare all’Alcalde e all’Intendente che era un ospite sgradito, ma in generale venne bene accolto. Qualcuno spinse la sua cortesia fino a consigliargli di visitare la colonia tedesca di San Bonifico.

“Una colonia tedesca qui?” Si stupì il francese. “Come mai?”

A quella domanda seguì un lungo silenzio, punteggiato dal crepitio della barba pizzicata da don Alfonso.

“Uhm… non saprei… forse… forse il Professor Ortiz potrebbe aiutarla… sì, il Professor Ortiz”.

La cosa finì lì, ma la mattina dopo il francese venne convocato in Municipio dal messo comunale in uniforme. Il francese, costernato, si presentò all’appello quasi a passo di corsa.

“Oh, nulla di grave, Monsieur Kahn!” Si affrettò a rassicurarlo un premurosissimo Alcalde, anch’egli in uniforme addirittura di gala. “Semplicemente, è arrivato dalla capitale un prolungamento del suo visto: da trenta a novanta giorni”.

“Ma,” si meravigliò Kahn, “io non ho chiesto alcun prolungamento”.

“Sì, infatti è un prolungamento d’ufficio. Immagino sia cambiato qualche Regolamento. Alla capitale, sa, non hanno altro da fare che scrivere nuovi Regolamenti. Comunque, meglio così, no?”

“Oh… certo!”

“Potrà visitare meglio la zona. Per esempio, le hanno parlato della colonia tedesca? Dopotutto, lei è alsaziano”.

“Già… me ne accennava giusto ieri don Alfonso Molina… mi chiedevo appunto…”

“Un vecchio accordo tra il Principe Elettore del Kassel e l’ultimo Governatore spagnolo,” lo prevenne l’Alcalde, con fretta e precisione sospette. “Qui avevamo bisogno di braccia, il Kassel di una valvola di sfogo per le campagne più povere e irrequiete…”

“Capisco,” assentì Kahn.

“Vi potrà gustare dell’ottima cucina continentale. Sarà come essere a casa,” concluse l’Alcalde, con un largo sorriso.

“Ci farò senz’altro un salto,” mormorò Kahn.

Appollaiato su un altopiano erboso, San Bonifacio era un pezzo di Baviera trapiantato in America Latina, con casette di legno, cartelli vergati in scintillante vernice bianca e perfino una piazza con un’imponente chiesa luterana. I cartelli erano addirittura scritti in tedesco. Nella piazza, tuttavia, faceva bella mostra di sé un tabellone che sembrava collocato di recente, in stile più neutro e in spagnolo; ripeteva fedelmente la storia snocciolata dall’Alcalde, senza aggiungere molto. Era poco in sintonia con l’estetica generale e, con ogni probabilità, era stato collocato da qualche agenzia turistica statale, pur non recando alcun contrassegno.

Kahn fece due passi tra le severe navate della chiesa, poi attraversò la piazza fino a un’ampia pasticceria che faceva bella mostra di sé. Una giovane e biondissima camerierina in costume tradizionale tedesco lo invitò ad accomodarsi, indicandogli la terrazza panoramica. Kahn accettò il consiglio, scusandosi per il suo cattivo spagnolo. La terrazza di legno si affacciava sul pendio, sulla pianura costiera e sul mare scintillante, regalando un panorama mozzafiato. Era un giorno feriale e gli unici avventori, oltre a Kahn, erano un uomo e una donna abbracciati al parapetto; parlavano tra loro in tedesco.

Kahn si sedette discretamente a un tavolino d’angolo e la cameriera arrivò zampettando gioiosa come un uccellino.

“Monsieur gradisce qualcosa?” Sorrise. “Birra bionda? Birra scura? Vino? Acqua? Succo di papaya?”

Kahn era golosissimo si succo di papaya, ma, per non deludere la ragazza così zelante, ordinò una birra chiara; per lo stesso motivo, non le chiese come facesse a sapere che veniva dalla Francia.

“Qualcosa da mangiare?” Riprese la cameriera. “Abbiamo dello strudel fresco”.

“Come dire di no!” La gratificò Kahn, battendo con le nocche sul tavolino.

“Panna fatta in casa? Crema di vaniglia?”

“Panna fatta in casa, grazie!”

“Grazie a lei!”

La ragazza scomparve. Una brezza calda investì Kahn, scompigliandogli dolcemente la zazzera brizzolata. Quell’idillio, tuttavia, sembrava lasciare indifferente la coppia, la cui conversazione sembrava salire di tono fino ad assumere quello di un battibecco. Le loro membra si irrigidivano, trasformando l’abbraccio in una presa da lotta greco-romana e il pendio gonfio d’alberi e tintinnante d’uccelli nella fossa in cui scagliare lo sconfitto.

“Per l’amor del cielo!” Sbottò l’uomo, esasperato, in tedesco duro e stretto. “Vuoi tacere?”

La donna gli rispose in tedesco più lento, con un evidente accento polacco. Nelle sue parole strascicate c’era un veleno che Kahn non aveva mai sentito.

“Pensare,” ella disse, “che, quando ci siamo conosciuti, ti arrabbiavi tanto perché non volevo parlare…”

Qualcosa fece correre un brivido lungo la schiena di Kahn. Non aveva ancora prove tangibili, eppure era certo che, presto, avrebbe avuto qualcosa da riferire ai suoi superiori, a Tel Aviv.

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