Una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

Mia cara Berenice,

la Costituzione italiana – priva di un vero preambolo, circoscritto alla formula di promulgazione da parte del Capo Provvisorio dello Stato – si apre con l’affermazione solenne: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sullo stemma della Repubblica, adottato nel 1948, campeggia una ruota dentata, simbolo del lavoro.

Pur essendo bipartisan, l’importanza data al lavoro – in particolare subordinato – risente certamente dell’influenza esercitata, in seno all’Assemblea Costituente – dal Partito Comunista Italiano.

Il marxismo e la sinistra in generale sono sempre state strettamente associate al lavoro. L’esercito che sconfisse la Wehrmacht sul fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale si chiamava “Armata Rossa degli Operai e dei Contadini”. Il preambolo della vigente Costituzione cinese inneggia alla “dittatura democratica del popolo, guidata dalla classe lavoratrice e basata sull’alleanza tra operai e contadini”.

Si spiega dunque una certa confusione ideologica, in un’epoca in cui la sinistra è chiamata spesso a proteggere chi non lavora e deve quindi percepire un sostegno al reddito. Non a caso, l’opinione dominante è che questo sostegno debba essere transitorio e condurre il disoccupato a un nuovo impiego, se del caso previa riqualificazione del medesimo. Lo sviluppo delle competenze rientra tra le priorità dell’Unione Europea e del Meccanismo per la Ripresa e la Resilienza.

Non manca, tuttavia, chi sostiene che l’automazione sia destinata a rendere la mancanza di lavoro strutturale. Secondo alcuni, questa realtà sarebbe già attuale e si starebbe cercando di nasconderla creando milioni di lavori inutili, i bullshit job a cui è stata dedicata una monografia di David Graeber, edita in Italia da Garzanti.

Qualcuno vede nella pandemia uno spartiacque e nell’ondata di dimissioni in corso negli Stati Uniti – che starebbe lambendo anche l’Europa – i primi segni del divorzio tra cittadino e lavoratore.

Ulteriori tappe di avvicinamento a questa nuova società sarebbero il lavoro agile – inteso come lavoro flessibile e non mero telelavoro -, la settimana corta, il diritto alla disconnessione, l’introduzione del reddito universale.

Potrebbe accadere oppure no.

Potrebbe essere un’utopia oppure una distopia.

Nel racconto “Goliath” Jack London – noto per le sue epopee nello Yukon, ma anche militante socialista – profetizzava già nel XIX secolo che, semplicemente riorganizzando la società razionali, nessuno avrebbe più avuto bisogno di lavorare, e l’unica missione di “forgiare risate sulla grande incudine della vita”.

In un’opera di fantascienza ben più nota, “La macchina del tempo”, Herbert George Wells ci descrive invece un’umanità futura inebetita dalla piena automazione, ridotta allo stato infantile e alla mercé di ferini predatori notturni.

Un saluto.

Stan

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