L’ospite straniero, l’ospite italiano

Mia cara Berenice,

campeggia oggi sui giornali la foto dei Capi di Stato e di Governo del G20, allineati davanti alla Fontana di Trevi, rilassati e ilari come a una gita scolastica. Almeno per un poco, avevano dimenticato la pandemia, la crisi climatica, le tensioni sullo Stretto di Formosa.

È letteralmente da secoli che l’Italia avvolge nell’abbraccio delle sue spire da sirena gli ospiti stranieri.

La Serenissima Repubblica di Venezia fece intrattenere Re Enrico III di Francia dalla celebre cortigiana Veronica Franco.

Secoli dopo, il generale americano Maxwell Taylor, arrivato segretamente a Roma per discutere con il Governo italiano la difesa della capitale, alla vigilia dell’8 settembre 1943, rimase basito nel vedersi offrire “una tavola splendidamente preparata e ci servirono una cena pantagruelica fatta venire dal Grand Hotel. Pensi, c’erano perfino le crêpes Suzette!”

Come suggerisce quest’ultimo episodio, non sempre la tecnica, per quanto rodata, funziona; anzi, può essere perfino controproducente.

I Grand Tour, che conducevano nelle città italiane gentiluomini da tutta Europa, ci attiravano meraviglia e simpatia, ma anche commiserazione e tirate paternalistiche, infarcite di luoghi comuni, sulla decadenza morale dei discendenti dell’Antica Roma.

La percepita combinazione di ricchezza e decadenza, inoltre, tendeva a suscitare negli ospiti cattivi pensieri. Le città-Stato del Centro-Nord, tanto splendide quanto minuscole e litigiose, finirono col diventare colonie spagnole, francesi e austriache. Ancora alla fine del XVIII secolo il Direttorio francese, trovandosi le casse dell’Erario vuote, inviò Napoleone a dilagare nell’ubertosa Pianura Padana. Napoleone marciò e marciò, fino ad arrivare ai confini della Repubblica di Venezia, contro la quale poté brandire, come pretesto retorico, secoli di litanie preconfezionate sui costumi dissoluti della Serenissima – in quel caso retaggio anche di antichi scontri tra Dogi e Papi.

A volte, infine, gli italiani ingannarono se stessi, con lo splendore delle Corti rinascimentali e con le coreografie del fascismo, che li indussero a sopravvalutare la loro posizione e ignorare i refoli di vento gelido preannunzianti la tempesta incombente.

Difficile, qui, non ricordare la retorica dannunziana che celebrava, nelle spire di fumo di un barocco aulico, una guerra vinta contro un avversario in via di decomposizione e comunque a carissimo prezzo, e l’occupazione di una città straniera effettuata senza alcuna reale resistenza.

Della trilogia di Scurati e del film “Il cattivo poeta” (Italia, 2021) ti ho già parlato diffusamente, ma la figura di D’Annunzio viene ritratta, in termini tanto realistici quanto poco lusinghieri, anche in “Qui rido io” (Italia, 2021), pellicola sulla causa per plagio che il Vate intentò contro il commediografo napoletano Eduardo Scarpetta, reo di aver parodiato il suo dramma “La figlia di Iorio”.

Un roboante saluto.

Stan

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