La tana del bianconiglio

Mia cara Berenice,

l’autunno avanza e l’Italia ha il suo primo focolaio: Trieste.

Focolaio in senso letterale e in senso figurato, con i portuali che minacciano di bloccare le banchine in segno di protesta contro la certificazione verde e gli antivaccinisti di tutta Italia che accorrono in loro aiuto, come durante l’assedio austriaco di Venezia, e la polizia a spruzzare acqua su entrambi.

Focolaio in senso attuale e in senso storico, in una città epicentro di crisi dalle Guerre d’Indipendenza, fino alla sua ultima restituzione all’Italia nel 1954, con uno schieramento di Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare senza precedenti dal 1943.

Trieste, capoluogo del Friuli Venezia Giulia.

Quando lavoravo all’Autorità Portuale di Venezia, ricordo l’eterna rivalità con il vecchio scalo austro-ungarico, ancora beneficiario di franchigie e privilegi fiscali, nonché di un pescaggio ben più significativo di quello della povera, paludosa Laguna.

A Trieste si arriva in treno, a picco sul mare, e a picco sul mare è la città, spesso sferzata da un potentissimo vento di bora che, secondo certe credenze popolari, scompiglia un poco le idee in testa alla gente.

Suo avamposto è Gorizia, che si specchia in Nova Gorica, la Cortina di Ferro scomparsa come al tocco di un incantesimo.

A Nova Gorica la benzina costa meno e c’è anche un casinò.

Ci andai una volta con D. e A., puntarono due volte alla roulette e vinsero due volte. Una successione così improbabile che temetti ci scambiassero per bari. Mi figuravo un uomo dal collo taurino, un reduce delle Guerre Balcaniche, circondato dai monitor delle telecamere di sicurezza e dal fumo di sigarette, afferrare una ricetrasmittente accanto al posacenere: “Bozo, fatti un giro al tavolo 18. Ci sono tre italiani che pensano di prenderci per fessi”.

A Gorizia c’è un locale spartano, famoso per la lubianska, una cotoletta grande letteralmente quanto un vassoio; se non riesci a finirla, te la incartano. Ci avevamo cenato prima del casinò, quando, complice un acquazzone, il locale si allagò all’improvviso e ci ritrovammo con l’acqua alle caviglie.

Il Friuli è uno strano posto. In una cittadina chiamata Manzano avevano un monumento al locale distretto produttivo, una sedia impagliata alta venti metri. Ora la sedia non c’è più, ma la Festa della Sedia si festeggia ancora ogni estate.

Un perplesso saluto.

Stan

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