Date elevate al cubo

Mia cara Berenice,

ieri sono tornato dalla Toscana su un gremito treno regionale, nel cui vagone di testa era annidato qualcosa di ben più terribile del signor Wilford di “Snowpiercer” (USA-Corea del Sud, 2013): una comitiva di ciclisti camperisti, mostruoso corpo unico con le loro bici infilate nelle rastrelliere. Ignoravo che una simile abominazione potesse esistere al di fuori dei libri di Lovecraft, ma, come spesso accade, la realtà ci sbatte brutalmente sul grugno la sua innata capacità di superare la fantasia.

Dopo un simile viaggio, stamane mi sono svegliato da un sonno di piombo. Pioveva, tirava un vento gelido e c’era sciopero dei mezzi; sul tram, già affollato, la via era ostruita da un monopattino elettrico collocato impudentemente di traverso.

Insomma, un lunedì al cubo che, tuttavia, non è stato così terribile. Il tram, in un modo o nell’altro, è passato e ora splende il sole in modo più consono a un ottobre romano. Soprattutto, questo inizio di settimana traumatico mi ha introdotto all’innovativo concetto matematico di data al cubo.

Esso mi ha anzi talmente appassionato che ho cercato di applicarlo ad altri casi.

Un Martedì Nero al cubo in cui i grattacieli di Manhattan vengono squarciati da devastanti esplosioni, mentre Bane e i suoi sgherri fanno irruzione e Wall Street, ma, trovando la Borsa già crollata, vanno in bestia facendo scorrere fiumi di sangue, causando il definitivo collasso dei mercati mondiali e una terrificante ondata di suicidi da Londra a Tokyo.

Un D-Day al cubo in cui attacchi coordinati sfondano su entrambi i fronti le linee della Wehrmacht che, inorridita dalle perdite subite, circonda fulmineamente la Wolfsschanze e i Ministeri di Berlino, mettendo al muro Hitler, Himmler, Goebbels e Goering.

Una caduta di Saigon al cubo in cui gli Stati Uniti, azionando un piano accuratamente predisposto, evacuano letteralmente l’intera città, lasciando i soldati nordvietnamiti e del Viet Cong a vagare disorientati tra vie, case, palazzi e pagode deserte.

Interessante, no?

Non serve che mi ringrazi.

Stan

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