Sugli eventi in Terra Santa

Mia cara Berenice,

per tre e tre volte mi hai chiesto, come la Santa Inquisizione, la mia opinione sugli attuali eventi in Terra Santa.

Ebbene, non adombrarti: stavo riflettendo. Dopotutto, parliamo di un conflitto lungo ormai più di un secolo, con conseguente stratificazione di normativa internazionale.

Faccio riferimento al diritto internazionale, perché quello che segue è strettamente un parere pro veritate: quello che, ai tempi dello jus commune, veniva chiamato consilium.

Solo sul piano giuridico, infatti, posso risponderti. Sul più sdrucciolevole terreno della politica, inevitabilmente scivolerei lungo un declivio filo-israeliano. Sai bene, infatti, quanto io ammiri la resilienza – qui sì, per una volta, l’utilizzo del termine è giustificato – e l’ethos che quel popolo ha saputo dimostrare attraverso i secoli e avversità inenarrabili.

Quando prestavo servizio al Governatorato, il mio ufficio era a un tiro di sasso dal Ghetto, dove sono ancora visibili i cancelli che serravano le loro porte al tramonto, presidiati da guardie il cui stipendio era – per ulteriore beffa – a carico della comunità ebraica. Quest’ultima, rimasta esigua nel numero ma così compatta da sembrare una legione, manteneva con i miei superiori rapporti assidui, tramite la sua Presidenza e il Rabbinato. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della Shoah, il Governatore si presenta nella piazza del Ghetto Vecchio, accompagnato dai gonfalonieri, per rendere tributo alle vittime di quell’immane tragedia. Infine – aspetto non irrilevante per chi mi conosce – come dimenticare i piacevoli momenti trascorsi, in solitaria o con i colleghi, nei ristoranti kosher del Ghetto, che ti servivano l’Italia e il Medio Oriente nello stesso piatto… un giorno, ci presentammo in occasione della Pasqua ebraica, ma venimmo ugualmente fatti accomodare e ci fu offerto un menù speciale su piatti di plastica.

Dunque, bando alle nostalgie e poniamo mano alle carte bollate.

In un’opinione resa nel 2003, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che i Territori palestinesi (Striscia di Gaza e Cisgiordania) sono assoggettati a occupazione militare israeliana.

Non è chiaro se e in quale misura questo valga ancora per la Striscia di Gaza, della quale l’organizzazione Hamas ha assunto unilateralmente il controllo nel 2007, esautorando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina-Autorità Nazionale Palestinese-Stato di Palestina e, forse, anche le Autorità di occupazione israeliane.

La questione è giuridicamente spinosa, perché proprio dalla Striscia e da Hamas provengono i razzi che hanno innescato la reazione militare di Israele. Al tempo stesso, tuttavia, essa non ha grosse conseguenze pratiche.

Se la Striscia di Gaza è ancora territorio sotto occupazione israeliana, nulla questio: Israele, in qualità di Potenza occupante, è ivi responsabile dell’ordine pubblico e dovrebbe essere in grado di neutralizzare Hamas mediante operazioni di polizia e non militari.

Se la Striscia di Gaza si considera sotto il controllo esclusivo di Hamas, quest’ultima organizzazione diventa l’apparato di governo di uno Stato non riconosciuto. Tale Stato ha violato il diritto internazionale bombardando Israele. Ciò legittima Israele a prendere contromisure anche militari, ma nei limiti del principio di proporzionalità e con determinate guarentigie per i civili.

Ora, considerando l’enorme sproporzione di forze e tecnologie fra lo Stato di Israele e Hamas, si può tranquillamente affermare che il primo potrebbe reagire in modo più circoscritto (“restrained”, direbbero gli anglosassoni), con operazioni più chirurgiche e più rispettose dei diritti della popolazione civile.

Accertata dunque la violazione del diritto internazionale da parte di Israele, ti chiederai quali ne siano le conseguenze pratiche.

Sono scarse. Il diritto internazionale, poiché regola i rapporti fra Stati sovrani, è più simile al diritto privato che al diritto pubblico. Quando un soggetto internazionale commette un illecito, gli altri soggetti internazionali (principalmente gli Stati) hanno la facoltà, ma non l’obbligo di applicare ritorsioni o contromisure. L’Italia o l’Austria potrebbero dunque anche rimanere perfettamente silenti. Potrebbero addirittura giustificare Israele e questa sarebbe, con ogni probabilità, una mera esternazione senza alcun rilievo giuridico.

Ti vedo già pestare i leggiadri piedi e gridare che esistono il diritto naturale e la morale.

Certamente.

Tuttavia, nel caso delle relazioni internazionali, temo che diritto e morale siano inscindibili. Finché reprimere l’illecito è una mera facoltà, è debole l’argomentazione di chi pretende che la comunità internazionale agisca su un caso specifico. “Je n’oserais punir à Raguse ce que je punis à Lorette,” come scriveva Voltaire. Perché sanzionare Israele e non il Venezuela, la Turchia, l’Egitto, l’Italia o l’Austria?

Ti riporto un estratto della scheda di Amnesty International sull’Italia: “Ci sono state numerose segnalazioni di tortura e altri trattamenti crudeli, disumani e degradanti da parte di personale carcerario e agenti di polizia. Risultavano in corso indagini su segnalazioni che agenti di polizia penitenziaria avevano picchiato dei detenuti, cagionando in molti casi lesioni gravi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Napoli, il 6 aprile, quando sono intervenuti per un’ispezione circa 300 agenti di polizia penitenziaria. In luglio, la Procura piemontese di Torino ha accusato 25 persone, compresi il direttore del carcere e molti agenti, di aver commesso o agevolato atti di tortura e altri atti di maltrattamento ai danni di detenuti fra il marzo del 2017 e il settembre del 2019. A fine anno risultava in corso il processo di cinque agenti di polizia penitenziaria e un medico, accusati di tortura per un caso verificatosi nel 2018 nel carcere di San Gimignano, in provincia di Siena. Altri 15 agenti di polizia penitenziaria risultavano indagati”.

Passiamo all’Austria: “Fra gennaio e marzo, 37 cittadini afghani la cui domanda d’asilo era stata respinta sono stati espulsi in Afghanistan, in violazione del principio di non respingimento, che vieta agli Stati di far tornare una persona in un Paese in cui correrebbe un rischio effettivo di violazioni gravi dei diritti umani. Fra aprile e novembre non ci sono state espulsioni in Afghanistan a causa della pandemia da COVID-19, ma, in dicembre, l’Austria ha ripreso le espulsioni verso l’Afghanistan, con l’espulsione di altri 10 cittadini afghani. Il Governo federale ha continuato a non accettare richiedenti asilo provenienti dalle isole greche, nonostante il fatto che una risoluzione del Parlamento di Vienna lo impegnasse a ricevere 100 bambini richiedenti asilo a scopo di ricollocamento”.

Chi sanzionare dunque e, soprattutto, come? Le sanzioni diplomatiche lasciano il tempo che trovano, quelle economiche colpiscono più la popolazione civile che i Governi. Le sanzioni militari sono viste con sfavore dal diritto internazionale e riprovate dai pacifisti, senza contare il fatto che le guerre si vincono e si perdono.

Insomma, finché la struttura delle relazioni internazionali rimane questa, in tale ambito è vano invocare moralità.

Tu dirai che da qualche parte bisogna pur cominciare.

Bene, ma da dove?

Non dovremmo concentrarci sugli Stati in cui le violazioni dei diritti umani sono più gravi e sistematiche e che, per il loro peso specifico, sono più suscettibili di influenzare i destini mondiali?

Non rischiamo altrimenti di farci influenzare da preferenze personali, da reazioni emotive o dall’esposizione mediatica?

Un pensoso saluto.

Stan

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