Balletto alla Fenice

Mia cara Berenice,

ti scrivo sul treno di ritorno da Venezia, che ho trovato non troppo deserta, tanto da rispolverare almeno piccola parte del suo armamentario di paccottiglia.

Sulla Strada Nuova, un venditore di fazzoletti si affacciava in un bacaro a cantare le lodi della titolare.

“Signora bellissima, come va?”

“Secondo te?!” L’ha gelato, ruvida, l’ostessa, evidentemente insoddisfatta delle riaperture recenti e dell’afflusso. Un po’ come la Becchina di Cecco Angiolieri.

Poco oltre, a cavallo di un ponte, due giovani gondolieri declamavano l’offerta di corse a metà prezzo: “Un affare!”

Mi giro dalla parte opposta, e una ragazza dei gelati mi sorride attraverso la vetrina: “Buongiorno!” Un’altra, poco oltre, tendeva ai passanti assaggini di frutta.

Il culmine di questo bizzarro contrappasso si è toccato all’interno del Fondaco dei Tedeschi, dove già prima della pandemia fiorivano sovrabbondanti le commesse, in uniforme scura e mani conserte in grembo.

Mi sono planate addosso come i piccioni di Piazza San Marco sul becchime, ma con molta maggior grazia. Per mia fortuna, i prezzi ivi praticati mi impedivano in partenza di farle contente tutte: ho acquistato solo un involto di cui è bene tu non sappia il contenuto.

Un lusingato saluto.

Stan

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