Le valigie da Bruxelles

Mia cara Berenice,

le valigie da Bruxelles sono, in effetti, due enormi trolley – davvero imponente il secondo, comprato appositamente a Termini – e uno zaino molto capiente – messo sulla mia strada alla Divina Provvidenza per il campeggio di quest’estate, acquistato da Decathlon sull’Appia.

Nelle valigie da Bruxelles sono entrati, grazie a un sofisticato giuoco di Tetris, gli articoli più preziosi acquistati in Belgio.

Il mio tesserino della Commissione, utilizzato nelle prime settimane di lavoro in presenza e il terzultimo giorno per restituire il portatile allo sportello di assistenza informatica del Berlaymont. Ora penzola dal muro alla mia sinistra, insieme al tesserino di riconoscimento rilasciatomi durante l’Erasmus per funzionari pubblici, due anni fa.

Una cravatta della Presidenza di turno rumena. Me l’ha regalata D., la mia Team Leader, che quello stesso giorno mi attese fuori dal Berlaymont.

Un costosissimo vassoio di legno massiccio, fondamentale per consumare i pasti in Belgio dove, a quanto pare, non esistono tovaglie, ma utile anche nell’Italia della zona rossa e del lavoro agile, in cui sui tavoli devono convivere attrezzature informatiche e stoviglie.

Il ripetitore Wi-Fi, riportato in Italia non tanto perché servisse, ma perché ha la forma di un delizioso pupazzetto, e anche per ricordare alla padrona di casa cinese che la Wi-Fi no, nel piano interrato, da sola, non ci arrivava. “You really should take care of it, Madame, everybody is teleworking nowadays”.

Un phon dall’alito di drago, fondamentale per asciugare le scarpe inzuppate e le chiome leonine sguinzagliate dalla chiusura dei barbieri.

La pioggia gelida portata dal vento sferzante, esportata con grande successo lungo i viali alberati di Villa Pamphili, in questo marzo romano pazzo e rigido al tempo stesso.

Il confinamento alla belga, che di fatto è solo una serrata degli esercizi pubblici, mentre chiunque se ne va a zonzo dove gli pare… ed è un sollievo, devo dire, di lockdown ce n’è solo uno.

I frutti di mare che ho ingurgitato oggi a pranzo, su una montagna di spaghetti e pomodorini… no, quelli in Italia c’erano già, e di tutt’altra pasta – se mi concedi il gioco di parole.

Un saluto transfrontaliero.

Stan

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