Tacchi

Mia cara Berenice,

dolente comunicarti che sono purtroppo impossibilitato ad acquistarti le scarpe di cui mi hai mandato il link. Oltretutto, non mi pare sia un dono tradizionale per la festa della donna e mi risulta che il tuo compleanno cada in pieno inverno. Se il capitano Stöger-Steiner von Steinstätten desidera effettuare l’acquisto al posto mio, come velatamente minacci, buon pro gli faccia.

Al contrario di quanto affermi, non considero affatto le scarpe col tacco un futile orpello di vanità. All’origine, anzi, esse rispondevano a esigenze eminentemente pratiche: saldare il connubio fra piede e staffa, evitare che gli orli degli abiti si inzuppassero nel fango, esibire con la loro inettitudine al lavoro la classe sociale elevata di chi le portava.

Quest’ultima funzione è, forse, in parte sopravvissuta, ed è anche la più intrigante e affascinante: le scarpe col tacco sono apprezzate perché poco funzionali. In “Interview” (USA-Canada-Paesi Bassi, 2007), Sienna Miller catechizza Steve Buscemi.

“Ti piacciono le calze a rete, Pierre? Aspetta, riformulo. Perché, secondo te, agli uomini piacciono così tanto le calze a rete?”

“Stanno bene alle donne”.

“Le calze a rete sono, appunto, una rete, che imprigiona la donna come un pesce nella rete. Capisci?”

“Sì, e i tacchi alti allora?”

“Be’, i tacchi alti rendono estremamente difficile camminare. Quindi, vedi, nulla è più attraente per un uomo di una donna che indossa calze a rete e tacchi alti, perché così lei ha difficoltà a camminare ed è presa nella rete, per cui lui pensa che sia una facile preda. La so lunga, come vedi”.

È bizzarro come due fra gli uomini più sensibili al fascino femminile che ho conosciuto trovassero entrambi insopportabile il rumore dei tacchi sul pavimento.

Uno lo conobbi all’Università, e sempre fra le mura accademiche era ambientato un aneddoto raccontatomi da N.: “Era risaputo che, all’esame di quel professore, le ragazze per passare l’orale dovevano solo vestirsi bene. Quando chiamava il nome della candidata, sentivi i tacchi che cominciavano a ticchettare dal fondo dell’aula: tac tac tac tac…”

Una bomba pronta a esplodere.

Un ticchettante saluto.

Stan

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