Punture di spillo

Mia cara Berenice,

secondo le statistiche ufficiali, in Belgio piove per circa duecento giorni l’anno. Un dato terrorizzante per molti italiani, ma che ritengo essere gonfiato. Sospetto cioè che siano classificati come piovose anche le giornate con brevissimi rovesci.

Oggi il tempo era in effetti piuttosto brutto e, mentre raggiungevo, in compagnia di alcuni colleghi, i laghi di Ixelles, siamo stati investiti da una pioggerella tipicamente belga, sottile e impalpabile come la farina che cade da un setaccio. Sospinta dal vento, sfida ogni ombrello e sul volto fa l’effetto di innumerevoli punture di spillo.

Il dizionario Treccani ci informa che la puntura di spillo “penetrante e acuta, simile a quella prodotta con uno spillo” è “in senso figurato, punzecchiatura, ironia sottile e penetrante, frecciatina”. Nel libro “Intervista con la storia” (Rizzoli, 1974), Oriana Fallaci così descrive Giulio Andreotti: “Il suo humour era sottile, perfido come bucature di spillo. Lì per lì non le sentivi le bucature ma dopo zampillavano sangue e ti facevano male”.

Lo spillo è l’arma degli avvelenatori. Lo utilizza l’antagonista in alcune versioni della fiaba della bella addormentata. Uno spillo avvelenato compare in “Annetta e il malfattore”, una delle innumerevoli opere di Balzac.

Un articolo di Alain Charbonnier pubblicato sulla Rivista Italiana di Intelligence nel 2010 illustra l’utilizzo, da parte dei servizi segreti sovietici, di aghi velenosi occultati nelle punte degli ombrelli. Un’acuminata punta avvelenata spunta, invece, dalla punte delle scarpe di un’agente sovietica in “A 007, dalla Russia con amore” (Gran Bretagna, 1963). Uno spillo avvelenato faceva parte della dotazione di Francis Gary Powers, il pilota dell’U-2 americano abbattuto sui cieli dell’Unione Sovietica il 1° maggio 1960.

Per chiudere il cerchio, le pupille a punta di spillo sono un sintomo di avvelenamento da oppioidi.

Un pungente saluto.

Stan

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