L’ultimo treno per Roma

Mia cara Berenice,

sono in treno diretto a Roma. Sai che novità, replicherai tu, inarcando le sopracciglia seriche.

Invece no, questo sarà l’ultimo treno per Roma, per molto tempo. Il 24, infatti, ho l’aereo per Bruxelles, dove mi tratterrò almeno fino a fine febbraio.

È difficile non vedere in questo una metafora della crepa che, attraversando i rispettivi cuori, ha separato me e l’Urbe, città che ho amato visceralmente e alla follia per anni – ne sei stata testimone, “Cicerone ossessivo” mi apostrofavi – ma che ora non riesco più a riconoscere, per quanto mi sforzi, se non in effimeri baluginanti bagliori del passato: un piatto di pasta gustato a Trastevere o al Ghetto, qualche installazione estemporanea che non richieda prenotazioni cronometriche o di essere tallonati da un custode investito del potere di fissare la tua tabella di marcia, stanza per stanza.

La cura, quindi, è Bruxelles, da somministrarsi per almeno mesi cinque, con la speranza che la terapia diventi continuativa. Altrimenti, lunghi soggiorni in campagna, come prescrivevano gli ineffabili medici della Belle Epoque: un mese all’Urbe, uno nelle Venezie. Afferrare per la criniera il monstrum del lavoro agile e cavalcarlo, come un novello Perseo.

Un eroico saluto.

Stan

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