Berlusconi al San Raffaele

Mia cara Berenice,

quando Silvio Berlusconi venne praticamente cacciato da Palazzo Chigi, praticamente commissariato dall’Unione Europea, praticamente espulso dal Senato, io esultai, come allora era di prammatica.

Oggi, la mia percezione è radicalmente mutata.

Giudizi umani non voglio darne né su Berlusconi né su nessun altro, per i giudizi storici è presto, per quelli politici ho perso interesse. Qui, come sempre, si danno giudizi estetici, come nella celeberrima scena del cineforum aziendale de “Il secondo tragico Fantozzi” di Luciano Salce (Italia, 1976).

Quella berlusconiana era l’Italia degli anni ’80, un’Italia gaudente e ottimista, apparentemente proiettata al futuro, in realtà ancorata al passato del boom economico degli anni ’60 e a una certa reazione patriarcale e cattolica che aveva, tuttavia, almeno il pregio di risparmiarci il politicamente corretto.

Il tutto fuori tempo massimo? Certo.

Tanto da farci rischiare la bancarotta sovrana, mentre Berlusconi parlava di ristoranti pieni e voli esauriti? Assolutamente.

Eppure, non mi riesce di non essere grato a Berlusconi per aver trascinato avanti lo spettacolo per qualche atto ancora. Esattamente come, al termine di “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson (USA-Germania, 2014), la voce narrante ringrazia Monsieur Gustave perché “il suo mondo era svanito prima che vi entrasse, ma lui ne sostenne l’illusione con grazia magistrale”.

Ecco, quel mondo già svanito vede scolpita la sua lapide oggi, con la notizia che Berlusconi, contagiato dal virus insieme ai figli e alla giovane fidanzata, è stato ricoverato al San Raffaele di Milano.

Era stato dichiarato asintomatico, asintomatico non era. A stilare i referti medici era stato il primario di terapia intensiva del San Raffaele, quel Professor Alberto Zangrillo che, tempo fa, aveva definito il virus clinicamente morto e su cui si allungano pesanti ombre, con la risalita dei contagi in Italia e in Europa e il sospetto di aver tentato di coprire l’infezione di un altro discusso personaggio, Flavio Briatore.

Insomma, sembra che una mano ferrea e adunca voglia stritolare, strangolare ogni afflato di ottimismo.

Ottimismo malriposto? Probabilmente.

Giustizia, dunque? Sì, ma anche tanta tristezza. Come quando il giudice anglosassone, nel consegnare il condannato al boia, ne raccomanda almeno l’anima a Dio.

Un malinconico saluto.

Stan

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