Le sagre venete

Mia cara Berenice,

non è un caso che la mia pur breve permanenza nelle Venezie mi abbia portato, e per ben due volte, in una sagra.

Le sagre, nella mia terra natia, sono onnipresenti e inossidabili, niente e nessuno può scalzarle, nemmeno la pandemia… non è vero, moltissime sono saltate nonostante le disposizioni permissive del Governatorato, ma quella della mia Parrocchia, no.

Ci sono stato due volte con i miei genitori, clienti assidui. Mio padre, in particolare, è disposto a mangiare fuori dal perimetro del desco casalingo solo ed esclusivamente per barattarlo con la tovaglia di plastica del tavolo numerato di una sagra.

La sagra si tiene normalmente in coincidenza con la festività del santo patrono della Parrocchia, in uno spazio della Parrocchia stessa o del Comune, sotto la supervisione di un’associazione locale, la Pro Loco. Parrocchia, Pro Loco… enti paciosi e innocui le cui facciate scrostate celano, sovente, lotte feroci in cui si brandiscono i coltelli. D’altronde, il frusciare dei soldi che circonda le casse della sagra, per quanto coperto dalla musica pompata dalle casse per accompagnare il ballo liscio, non è sempre così inconsistente, nonostante la blanda attenzione riservata al medesimo dalle Autorità pubbliche e tributarie in particolare.

La sagra è infatti, in fin dei conti, un’impresa di ristorazione. File e file di tavole e panche di legno allineate sotto un tendone, su ogni tavolo un numero e un blocchetto per scrivere le ordinazioni da cui penzola, legata con lo spago, una penna o una matita.

Gli avventori si accomodano sulle panche, compilano il blocchetto con l’ordinazione e il numero del tavolo, strappano il foglio e inviano un rappresentante, di solito il capofamiglia, a mettersi pazientemente in fila davanti alla cassa per il pagamento, effettuato il quale la comanda viene spedita direttamente nelle cucine.

Poco dopo, dalle cucine stesse o dalla frasca esce una giovane e graziosa ragazza, la cui uniforme può essere una semplice maglietta colorata, con un vassoio su cui sono affastellate le bibite, posate e bicchieri di plastica. Dopo un certo tempo, seguirà una seconda inserviente con tovagliette di carta e il cibo: carne alla griglia, polenta abbrustolita, patatine fritte, fagioli con la cipolla, tocchi di carne allo spiedo, formaggio alla piastra.

Fra i tavoli, altre due spigliate ragazze spingono il carrello dei dolci – a volte preparati dalle brave signore della Parrocchia, a volte industriali – da proporre a chi ha già concluso con il salato.

La terza ondata è composta da due simpatici bambini. Uno si trascina dietro un sacco di plastica, l’altro vi sospinge tutto ciò che è rimasto sui tavoli.

La faccenda può concludersi qui o avere un esiguo contorno di intrattenimento: una pista da ballo in legno su cui ballare il liscio o roba più moderna, oppure la famigerata pesca di beneficenza. Nel secondo caso, si acquistano uno o più bigliettini di carta che, una volta srotolati, rivelano un numero. Li si consegna a una delle ragazze dietro al bancone e, salvo colpi straordinari di fortuna rappresentati dalla “pesca” di un numero particolarmente basso, si ricevono confezioni di spugne, pacchetti di biscotti di cui è bene verificare la scadenza, piccoli accessori per la casa, tubi di bolle di sapone o altre amenità.

È inutile significare a una ragazza del tuo buon gusto quanto tutto ciò sia meraviglioso.

Avete nulla del genere, in Austria?

Un popolaresco saluto.

Stan

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