Vietnam

Mia cara Berenice,

ti scrivo mentre in TV danno la versione integrale di “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola (USA, 1979). Ho ben presenti le lezioni di quel conflitto in questi giorni in cui, con progressive incursioni ed esplorazioni, sto disegnando la mappa tattica di Roma.

Monteverde, la base: ripresa piena.

Trastevere: dopo un inizio difficile, ripresa piena.

Centro storico: anche qui situazione in miglioramento. Arranca ancora Monti e anche Villa Borghese era meno affollata di quanto mi attendessi. Quanto a Termini, mi aspetto che sia ancora il buco nero in cui sono sprofondato giorni fa; potrebbe migliorare in giugno, se riprenderanno le corse dei treni a lunga percorrenza.

Vaticano: dalle informazioni raccolte, ancora poco frequentato.

Ostia: dalle informazioni raccolte, ottima situazione.

La mappa, ancora dominata dalle aree bianche ma con una buona intelaiatura di punti strategici, fa bella mostra di sé sul tavolo del comando. Una tazza di caffè, posata nell’angolo, l’ha macchiata leggermente. È fissata al legno dozzinale con delle puntine, perché la ventola pigramente rotante sul soffitto solletica i lembi di carta sdrucita, con il timbro a secco “U.S. Army – Military Assistance Command, Vietnam” nell’angolo opposto a quello macchiato.

Un ufficiale di stato maggiore che porta male i suoi quarant’anni scarsi, la pelle inspessita e cotta dal sole, l’uniforme spiegazzata dal sudore, il chewing gum in bocca, illustra il moderno arazzo al tenentino appena atterrato da West Point.

“Questa è la situazione,” lo arringa con parole stiracchiate e strascicate, lasciate cadere con condiscendenza come monete a un lucidascarpe di Montgomery, Alabama, “ma è la situazione di adesso,” guarda l’orologio da polso, “ore 00.08, ora locale dell’Indocina, del 25 maggio 1970. Alle ore 00.09, può cambiare tutto. Un intero battaglione del Nord Vietnam o del Viet Cong può comparire dal nulla, e questo proprio nelle zone dove tutto sembra più tranquillo, sicuro e rilassato: per esempio, a un cocktail di alti papaveri americani e sudvietnamiti in un hotel a cinque stelle di Saigon. I camerieri si sbottonano i bottoni d’oro delle uniformi bianche e imbracciano i fucili d’assalto. Qui funziona così”.

Considerazioni più o meno esplicite, più o meno consapevoli sulla decadenza morale che vanno a fondersi a mere valutazioni strategiche e tattiche, come l’opportunità per Hanoi di spezzare ogni simulacro di normalità nella vita del Sud.

Così, nell’Italia del 2020 in guerra contro il virus – sì, in guerra, non mi interessa se questa metafora a qualcuno non piace -. ci si interroga sulla vita sociale nuovamente innescata dalla fine delle restrizioni all’interno dei Governatorati e dalla riapertura di bar e ristoranti.

A Villa Pamphili, la polizia a cavallo sorveglia discretamente una folla silenziosa ma ben distanziata. Tale era sembrata a me anche quella confluita a Trastevere, con l’eccezione forse di Piazza San Callisto, dove infatti ho visto posizionarsi due camionette della Celere guidate da ispettori in borghese. Ieri sera, secondo la stampa, la situazione sarebbe degenerata, soprattutto in Piazza Trilussa.

I parchi di Monteverde sono un fremito di bambini che corrono e giocano. In molti casi, i nastri gialli con cui la Polizia Municipale ha sbarrato le aree giochi sono stati strappati o semplicemente ignorati.

Gioia, sollievo, pericolo insieme.

Speriamo che il virus non stia pianificando l’offensiva del Tet.

Un saluto militare abbozzato, non proprio impeccabile.

Stan

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