Missione nei Carpazi

Mia cara Berenice,

nella mia ultima accennavo ai miei trascorsi nell’Ufficio Diplomatico del Governatorato del Veneto, diventato ora così illustre per l’efficiente reazione alla pandemia.

Ciò mi ha fatto tornare in mente un’altra missione diplomatica che svolsi, ancora prima, in Romania, in rappresentanza proprio di quell’Università di Padova dove ha la sua cattedra il Professor Crisanti.

“Anche il Rettorato di Padova dispone di un Ufficio Diplomatico?” Ti chiederai tu, e giustamente. Bene, in Italia certi orpelli si dispensano generosamente, ma no, tale ufficio non esisteva e, infatti, la missione diplomatica non era; tale però parve agli occhi di un giovane assistente alle cattedre di diritto internazionale e dell’Unione Europea.

Era accaduto che il Dipartimento – poi soppresso dalla riforma Gelmini – vincesse un progetto di ricerca europea, in partenariato con vari Atenei e Istituzioni dell’Unione.

L’iter progettuale prevedeva che si andasse a Timisoara, la colonia italiana in terra di Romania, a firmare non so che protocollo d’intesa. Erano tempi avventurosi e mi sentivo come Jonathan Harker in missione nei Carpazi.

Con il proverbiale solido pragmatismo della Marca Trevigiana, mio padre mi spedì immediatamente a C. a comprare un paio di scarpe adatte all’occasione. Quasi balbettante per l’emozione, spiegai al commesso che dovevo andare a una “conferenza internazionale”. Mi vendette un paio di scarpe di coccodrillo.

Il resto puoi già indovinarlo, immaginandomi a quell’età – ma sarebbe poi così diverso oggi? La mancata accortezza di indossare preventivamente la scarpe, in modo da addomesticarle, la preoccupazione anzi di lasciarle intonse fino al grande evento. I piedi scorticati e sanguinanti, avvolti alla meglio in fogli di carta, come nemmeno nell’Italia del dopoguerra.

Andò bene comunque, naturalmente. Ricordo la città in cui tutti parlavano italiano e in cui ragazze vistose incrociavano nelle hall degli alberghi, come squali in un acquario. Dagli squali agli squarci, che ti riportavano a un passato sovietico o ancora più antico, l’ospedale al piano interrato con i malati che scrutavano i marciapiedi dalle feritoie, la campagna brulla dove un aratro arrancava sulle zolle, trainato da un cavallo, mentre all’orizzonte baluginava un incendio di cui nessuno sembrava preoccuparsi, l’architettura antiquata e imponente delle ville dei rom, i racconti dei nostri accompagnatori sul loro Imperatore.

Visitammo anche la Procura e il Tribunale. In un’aula dedicata alle udienze penali, torreggiava un gigantesco agente investigativo in borghese, pistola al cinturone e distintivo. Alle sue spalle, un uomo stava rannicchiato su una panca, seduto in contrazione quasi fetale, proteggendosi la testa china con le braccia.

L’agente ci accolse molto cordialmente, spiegandoci che il malcapitato era in attesa di giudizio. La Professoressa F., imbarazzata, mormorò a bassa voce: “Ha i suoi diritti anche lui”.

D’altronde, a un ristorante locale ci fecero assaggiare l’orso bruno dei Carpazi; oggi sarebbe impossibile, nei dipartimenti (o come si chiamano adesso) di diritto internazionale ci sono solo vegetariani.

Dracula, quello vero, era un eroe nazionale e il suo ritratto campeggiava su molti souvenir.

Un vampiresco saluto.

Stan

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