Il matrimonio italiano

Mia cara Berenice,

la pandemia marcia, non più implacabile ma comunque decisa, sulla stagione dei matrimoni.

Io ne avevo in agenda tre: uno in giugno, provvisoriamente rinviato ad agosto, e due in settembre. Presumo che entrambi si terranno l’anno prossimo, a cavallo di ulteriori nozze.

Il matrimonio italiano, infatti, è poco compatibile con il distanziamento sociale, anche per l’elevato numero di invitati.

Vengono spedite due tipologie di inviti, la partecipazione e l’invito vero e proprio. La prima è una mera comunicazione della cerimonia, il secondo conferisce il diritto di partecipare ai festeggiamenti successivi.

La prima tappa della giornata è in chiesa, anche se è sempre più diffusa e accettata la variante civile che si svolge in Municipio. In chiesa la sposa si presenta con il tradizionale abito bianco, in Municipio a volte potrà accontentarsi di un semplice abito elegante.

La cerimonia religiosa è generalmente ritenuta più coreografica, anche se, per accedervi, il diritto canonico prevede qualche orpello burocratico. Io, come sai, non apprezzo molto la Messa postconciliare e, d’altro canto, trovo affascinante il rito officiato dal sindaco o dall’ufficiale di stato civile con la fascia tricolore.

La cerimonia religiosa è quasi sempre concordataria, vale a dire che il matrimonio, a seguito di determinati adempimenti del parroco, acquisirà effetti civili. In particolare, il parroco dovrebbe dare lettura agli sposi degli articoli del Codice Civile disciplinanti il matrimonio. Non sempre vi provvede e immagino che, in quei casi, ci si limiti a dare atto dell’avvenuta lettura nell’atto di nozze.

Secondo l’impostazione più classica, lo sposo arriva in chiesa per primo; sopraggiunge poi la sposa, accompagnata dal padre. Durante il rito, gli sposi si scambiano gli anelli e, spesso, le promesse matrimoniali.

Concluse le formalità, gli invitati li attendono sul sagrato bersagliandoli di manciate di riso. A volte sono previsti gli scherzi agli sposi, come il farli salire su un veicolo dimesso o ridicolo, spesso avvolto nella carta igienica. Questa scena ti farà inorridire, e a ragione. Oltretutto, in tempi di pandemia, la carta igienica è diventata un bene prezioso.

A questo punto, gli invitati vengono indirizzati verso il ristorante, non sempre a un tiro di sasso dalla chiesa. Gli invitati consumano un primo rinfresco e attendono il sopraggiungere degli sposi, quasi sempre trattenuti dalle foto di rito.

Giunti finalmente i novelli coniugi – dopo un’attesa proverbialmente lunga – inizia l’interminabile pranzo che si protrae per ore, snodandosi lungo portate e portate, fino a sera, con canti balli e cotillon vari.

Temo che dal mio stile, smorto e crescentemente affrettato, traspaia quanto poco io ami i matrimoni – ebbene, è così, e a chi mi invita in genere lo dichiaro onestamente, pur senza rifiutare, cosa che costituirebbe quasi un oltraggio.

Negli ultimi anni, grazie al reality show “Il boss delle cerimonie” (ora “Il castello delle cerimonie”, per la semplice ragione che il boss è morto), ha raggiunto una certa notorietà il sottogenere del matrimonio napoletano, a cui è stata dedicata anche un’apposita canzone neomelodica.

Personalmente, non trovo che il matrimonio napoletano si distingua poi molto da quello italiano, comprese le nozze celebrate nel Nord che hanno un’ingiustificata fama di sobrietà. La discrepanza principale consiste nell’esistenza della serenata, cantata dal fidanzato sotto il balcone della futura moglie la sera prima delle nozze. La poverina ha il duplice onere di fingersi sorpresa e deliziata dalle doti canore del futuro sposo che invece, in molti casi, potrebbero indurla ad annullare il matrimonio senza ulteriore preavviso.

Dimmi, te ne prego, che in Austria i matrimoni sono veramente sobri. Te ne supplico, ti sto pregando in ginocchio.

Come faccio sempre, d’altronde.

Servilmente tuo,

Stan

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