Ancora sull’estetica cattolica

Mia cara Berenice,

perdonami se ritorno su un argomento già toccato di recente, ma proprio stamattina una cara amica di Monteverde mi ricordava l’esistenza di questa meravigliosa pagina Facebook, intitolata “Chiese brutte”.

Tu ricordi Vittorio Sgarbi. Non ti piaceva e, probabilmente, hai ragione. Tuttavia gli vanno riconosciute almeno due cose. La prima, un curriculum impressionante. La seconda, la capacità di azzeccarci: non sempre, ma in modo brutale.

Alle chiese brutte, Sgarbi ha dedicato questo articolo pubblicato sul Giornale. Esso contiene, qua e là, espressioni splendide. Riporto quella che considero più significativa: “Evidentemente gli architetti, soprattutto quelli di grido, non riescono a superare le loro convinzioni atee e si applicano a una chiesa come [a] un supermercato, prima di tutto negando lo spirito di elevazione che l’architettura nella sua vastità intende indicare. Ecco quindi la predilezione per le scatole e un linearismo funesto”.

Bene, ci sono a Roma diverse chiese di concezione moderna piuttosto apprezzabili. Una, ricordo, la vidi sull’Aventino. Un’altra era – credo – in zona Re di Roma e la visitai prima di assistere a uno spettacolo nel teatro annesso. A entrambe, se necessario, sarà possibile risalire.

In generale, tuttavia, è difficile dare torto a Sgarbi. A tutti noi – almeno a noi italiani, non so se in Austria la situazione sia diversa – è capitato di vedere luoghi di culto che sembrano un’unica colata di cemento nudo, in cui è confitto un campanile sghembo e stilizzato.

Era così, a ben vedere, anche la mia chiesa parrocchiale a C., nel Nord. Per ovvi motivi sentimentali, tuttavia, questa rientra per me in una categoria a parte. L’abitudine di praticare sopravvisse in me ben dopo la cresima e, fino alla laurea magistrale almeno, ebbi le carte pienamente in regola. Osservavo il precetto domenicale ed ero anzi lettore: non nel senso canonico, leggevo banalmente il Vangelo o la preghiera dei fedeli. Il sabato, nel primo pomeriggio, andavo a farmi confessare dall’arciprete. Eravamo io e i bambini del catechismo. Monsignor F. ascoltava i nostri peccati seduto a una panca che correva lungo il muro, a integrare i posti a sedere offerti dai banchi.

Monsignor F. era cappellano di Sua Santità, il che gli conferiva il diritto di portare la veste talare con occhielli, bottoni, bordi e fodera paonazzi e fascia paonazza. Tuttavia non indossava la talare e, spesso, nemmeno il colletto. Perché se ne asteneva, un prelato della sua età e del suo rango? Perché confessava seduto su una panchina, anziché nel confessionale che è disponibile in ogni chiesa? Ci tengo a rimarcare che era, a tutti gli effetti, un ottimo sacerdote, adorato dai parrocchiani anche più giovani. Di questi tempi in cui i Vescovi ruotano i parroci come fossero palline in un’urna, egli aveva la guida di quel popoloso quartiere di C. da decenni.

Una delle prime cose che ho notato a Roma è stata l’osservanza generalizzata, da parte dei chierici, delle regole dell’abbigliamento. Portare l’abito talare o il colletto è come vestirsi di tutto punto, almeno ogni tanto, anche in quarantena: ti restituisce spirito e consapevolezza. I preti di periferia, con i loro maglioni scuri, i loro jeans e una croce a malapena appuntata, hanno talvolta un’aria di abbandono e smarrimento. Quelli dell’Urbe appaiono ritti, energici, giovani – probabilmente lo sono anche anagraficamente, del resto.

È facile immaginare le cause di questa differenza. La vicinanza al vertice rafforza la disciplina. Inoltre, si può speculare che i chierici romani siano sottoposti a una particolare selezione. Infine, la presenza di sacerdoti che, da tutto il mondo, vengono a effettuare studi o prestare servizio a Roma consentirà al Vicariato di scegliere gli elementi, se non migliori, più ligi alle regole.

Già immagino – non senza un certo piacere – le tue meravigliose labbra arricciarsi, leggendo questa lunga disquisizione sui tuoi poco amati corvi. Eppure rassegnati, il tuo Paese è stato, per secoli, il baluardo del cattolicesimo. Non sto a citarti l’assedio di Vienna e gli ussari alati di Re Giovanni III Sobieski. Ti dico solo che, a quella battaglia, era presente il Beato Marco d’Aviano, un frate cappuccino nato nelle Venezie che, diplomatico per conto del Papa, contribuì non poco a ricucire la Lega Santa in tempo per lo scontro. Una sua biografia mi venne regalata da fra’ G. del convento dei cappuccini di C., dove prestava servizio uno zio di mio padre.

Dall’alto di queste credenziali, pertanto, esigo di sapere tutto sull’architettura delle chiese austriache e sull’abbigliamento ivi dei chierici.

Dixi.

Stan

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